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domenica 8 febbraio 2015

"Kingsman – Secret Service" - spy story tra fumetto e James Bond.

di Silvia Sottile         

Il regista Matthew Vaughn si sta ormai specializzando nell’adattamento cinematografico di fumetti della Marvel.  Dopo aver diretto Kick-Ass  e X-MenL’inizio, si cimenta con KingsmanSecret Service (tratto dall’omonimo fumetto di Mark Millar), una spy story molto inglese, dai ritmi adrenalinici, ricca di azione ma anche di tanto humour.
Lo spunto di partenza, volutamente e platealmente esplicito, sono i film di spionaggio per antonomasia, ovvero i vari James Bond, in particolare i primi con Sean Connery e Roger Moore che ormai fanno parte dell’immaginario collettivo: agenti  segreti di classe con fascino da vendere e pieni di gadget super tecnologici. Dunque fin dall’inizio i richiami e le citazioni sono palesi, sempre però con un approccio profondamente ironico.

La Kingsman è una agenzia super segreta britannica, al di sopra dell’MI6, ufficialmente non condizionata dalla politica,  i cui agenti hanno nomi in codice presi dai cavalieri della tavola rotonda (altro voluto riferimento a un mondo mitologico di prim’ordine). 
Il premio Oscar Colin Firth è Harry Hart/Galahad, agente esperto, che addestra e prende sotto la sua ala protettiva il giovane Eggsy (interpretato da Taron Egerton), un ragazzo di strada ma di grandi potenzialità, figlio di un collega morto anni prima in missione. Una sorta di My Fair Lady nel mondo dello spionaggio.  Come in ogni spy movie che si rispetti, bisogna anche salvare il mondo dai cattivi. Il super cattivo di turno, in perfetto stile 007, è Mr Valentine (Samuel L. Jackson), un multimiliardario con difetti di pronuncia, improponibili cappellini da baseball colorati e un folle piano di distruzione dell’umanità sfruttando la tecnologia. Il suo braccio destro è Gazelle (Sofia Boutella), bella e letale, che uccide con le sue protesi:  ha infatti affilatissime lame al posto delle gambe.  Naturalmente non mancano i colpi di scena.

Il cast è d’alto livello: Colin Firth, per la prima volta in un ruolo spiccatamente d’azione, si mostra a suo agio nelle scene di lotta, e veste con eleganza i panni del perfetto gentiluomo inglese, impeccabile nel suo abito d’alta sartoria. Taron Egerton, alla sua prima esperienza cinematografica di rilievo, non sfigura nel ruolo di coprotagonista al fianco di attori d’esperienza, anzi mostra a testa alta il suo talento.  
Samuel L. Jackson è semplicemente unico, di una bravura mostruosa. Peccato per il doppiaggio che, per forza di cose, fa perdere le sfumature originali della sua dizione imperfetta e più in generale degli accenti marcatamente diversi tra i vari protagonisti in base alla provenienza geografica e sociale.  Nel cast anche Michael Caine (Artù – socio anziano dell’agenzia), un Mark Strong in grande spolvero (Merlino – colui che addestra gli aspiranti Kingsman) e la splendida attrice e ballerina Sofia Boutella.

Il film forse non è molto politically correct: è sfrontato, ironico, surreale. Il regista sembra non prendersi troppo sul serio e dà un approccio decisamente da fumetto, nel senso più positivo del termine, discostandosi dal tono cupo che va molto ora di moda. Le scene d’azione sono tante, anche violente, ma palesemente finte, quindi alla fine molto divertenti. E decisamente simili più ad una coreografia di un video musicale che ad un combattimento vero e proprio. Gli attori presenti in conferenza stampa (Firth ed Egerton) ci hanno confermato che il training per il ruolo è stato più in direzione della danza. È qui che entrano in gioco i Take That con la loro canzone Get ready for it che fa da colonna sonora al film. La scelta si è rivelata brillante, il connubio funziona alla grande.  A sua volta il video del brano riprende luoghi, scene e personaggi del film. Del resto i Take That (come hanno tenuto simpaticamente a dirci) sono specializzati da vent’anni in questa sorta di combattimento acrobatico e coreografico.

KingsmanSecret Service sarà al cinema dal 25 febbraio. Promette di regalare due ore di puro divertimento. Consigliato.

mercoledì 4 febbraio 2015

"Non c'è 2 senza te"... perchè?

di Emanuela Andreocci

Avevamo basse, bassissime aspettative per Non c'è 2 senza te, il film di Massimo Cappelli in uscita il 5 febbraio, e mai avremmo creduto di sbagliarci. Eppure così è stato ed è giusto ammettere che ci siamo dovuti ricredere: anche nella peggiore delle ipotesi non avremmo mai immaginato di trovarci davanti ad un prodotto così basso.

Fabio Troiano (Moreno) e Dino Abbrescia (Alfonso), la coppia gay che già Zalone, con nomi diversi, ci aveva mostrato in Cado dalle nubi, racchiudono nel loro piccolo nucleo familiare un concentrato di cliché difficili da digerire che, probabilmente, in un altro contesto avrebbero anche fatto ridere. 
Qui no: a nulla serve la bravura degli attori - perchè, diciamolo, il loro in qualche modo lo fanno - quando la recitazione è supportata da una sceneggiatura banale che non offre nessuno spunto, nè di riflessione, nè di ilarità. 

Ma procediamo, come è giusto che sia, con la sinossi: una consolidata coppia gay viene messa in discussione dall'arrivo di Laura, la "gnoccolona" di turno interpretata da Belen Rodriguez, e si deve adattare a convivere per ben tre mesi con un bambino, nipote di Alfonso. Basta. Anzi, no, c'è dell'altro: la Signora Capasso (Tosca D'Aquino) è la vicina di casa napoletana che da elemento ostile si trasformerà in valido alleato. E qui veramente abbiamo finito. 

"Ho pensato fosse necessario proporre al grande pubblico una storia che raccontasse cosa può succedere nella vita di una normale coppia di omosessuali quando, all'improvviso, un bambino arriva a turbare il loro tran tran" scrive Cappelli - che insieme a Troiano è anche autore del libro da cui il film è tratto - nelle note di regia, soffermandosi su quanto sia importante che il cinema italiano, in ritardo sulla tabella di marcia, affronti le importanti questioni sulle coppie di fatto, le adozioni da parte di coppie gay ed i matrimoni tra omosessuali.
Ebbene, caro Signor Cappelli, ci dispiace comunicarle che non è riuscito nè ad affrontare tali tematiche, nè ad utilizzare le lenti della commedia, cosa che invece non molto tempo fa, pur con argomenti che erano soltanto di contorno alla storia principale, ha fatto perfettamente Riccardo Milani in Scusate se esisto.

Un film, dunque, da dimenticare. Neanche il richiamo a Jep Gambardella de La grande bellezza o la scena del coming out al contrario sono riusciti a strappare una risata. 

Di questa pellicola, forse, possiamo salvare solo il titolo.

domenica 18 gennaio 2015

"Il nome del figlio": una "Cena tra amici" all'italiana

di Silvia Sottile

Le grandi aspettative che nutrivamo per  il nuovo film di Francesca Archibugi (prodotto, tra gli altri, anche da Paolo Virzì) sono state ampiamente soddisfatte: Il nome del figlio, in sala dal 22 gennaio, rappresenta il ritorno al cinema per la regista romana che si cimenta in una commedia brillante con un cast d’eccezione che vede sullo schermo tutti grandi attori italiani.

Base di partenza della sceneggiatura è la pièce teatrale francese Le prènom divenuta in seguito anche un film, Cena tra amici (di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte). È stato naturalmente fatto un abile lavoro di riscrittura per adattarla alla nostra realtà italiana:  ci troviamo di fronte ad uno spaccato di società contemporanea con cinque protagonisti, diversi tra loro ma legati fin dall’infanzia, che rappresentano un po’ le due facce del nostro Paese. Paolo Pontecorvo (Alessandro Gassmann) proviene da una nota e agiata famiglia, è un cinico agente immobiliare di centro-destra sempre in vena di fare scherzi e non perde occasione per mettersi al centro dell’attenzione. Betta (Valeria Golino), sorella di Paolo, è un’insegnante con due figli: madre, moglie, amica, remissiva e disponibile, ma insoddisfatta. Sandro (Luigi Lo Cascio), marito di Betta, è un professore universitario di sinistra un po' snob, scrittore di saggi e maniaco di twitter. Claudio (Rocco Papaleo) è l’estroverso amico d’infanzia, un musicista dalla vita sentimentale segreta e colui che ha sempre tenuto unita la compagnia. A questi personaggi si aggiunge anche Simona (Micaela Ramazzotti), la bella di periferia, moglie incinta di Paolo e scrittrice di successo grazie ad un romanzo piccante.

Quella che doveva essere una semplice cena tra amici si trasforma, a causa di uno scherzo sul nome da dare al nascituro, in un profondo scontro psicologico in cui tutti i nodi vengono al pettine ed emergono i contrasti, le recriminazioni, i problemi personali, i conflitti irrisolti ed i segreti di chi si pensava di conoscere perfettamente. Si approfitta della situazione per creare un momento catartico in cui, senza peli sulla lingua, gli amici si confessano e si rinfacciano tutto ciò che pensano l’uno dell’altro e che hanno taciuto per vent’anni, ma sempre mantenendo il tono allegro e divertente della commedia, anche perché alla base c’è una profonda amicizia e un legame che dura da una vita. La quasi totalità della storia si svolge a casa di Betta e Sandro, uno scenario molto limitato, ma creato e rappresentato alla perfezione fin nei dettagli, con la presenza anche dei due figli della coppia e una moltitudine di libri sparsi ovunque. Interessanti e utili allo svolgersi della trama risultano anche i brevi flashback nella villa al mare dove i protagonisti hanno trascorso l’infanzia.

Sono i dialoghi, i movimenti sulla scena e la gestualità dei protagonisti a scandire il ritmo di una commedia che fila liscia come l’olio, grazie anche e soprattutto all’abilità della regia e, lo abbiamo detto, della recitazione: i tempi comici sono perfetti e si ride di gusto, con un pizzico di amarezza e commozione. Splendida la caratterizzazione dei personaggi: gli attori si calano magistralmente nella parte, tutti incarnano alla perfezione il ruolo assegnato che sembra essere stato scritto appositamente per loro (la stessa regista, d'altronde, ha ammesso in sede di conferenza stampa che le servivano personaggi che "illuminassero i contrasti").

Una curiosità: la scena della nascita è stata davvero ripresa dalla Archibugi al momento del parto di Micaela Ramazzotti. Abbiamo dunque per la prima volta sugli schermi la piccola Anna Virzì.

giovedì 15 gennaio 2015

“Exodus - dei e re” o semplicemente uomini?

di Valerio Cassarino

Exodus - dei e re di Ridley Scott (Il gladiatore, Prometheus) porta sul grande schermo il racconto biblico, tratto ovviamente dall’Esodo, di Mosè e della fuga degli ebrei dall’Egitto. Il film in uscita il 15 gennaio, però, fornisce una lettura completamente nuova e diametralmente opposta rispetto all’acclamatissimo predecessore I dieci comandamenti (C. B. DeMille, 1956) a cui lo spettatore, volente o nolente, torna con la memoria. Si parte subito dal confronto perché è fondamentale per comprendere bene lo spirito che anima il film di Scott rispetto al suo antecedente e perché permette di dare una lettura più profonda di quelle che sono le intenzioni del regista. Il tono epico che si respira ne I dieci comandamenti e che avvolge tutto il film grazie anche alle interpretazioni magistrali di Charlton Heston (Mosè) e Yul Brynner (Ramses), viene qui completamente stravolto: tutto, infatti, ruota intorno al realismo e all’umanizzazione dei protagonisti Christian Bale (Mosè) e Joel Edgerton (Ramses).

Il film racconta la storia che tutti conoscono: i due - il primo raccolto dalla acque del Nilo da una principessa, il secondo l'erede al trono d’Egitto - da bambini vengono cresciuti come fratelli dal Faraone Seti, ma da grandi diventano acerrimi rivali. Mosè, salvando in battaglia la vita di Ramses, fa avverare la profezia: colui che avrebbe salvato l’altro sarebbe stato destinato a guidare il suo popolo. Il principe, insicuro e geloso, entra così in una spirale di rabbia e frustrazione che, dopo la morte di Seti, porta all’esilio di Mosè per le sue origini ebraiche. Abbandonato nel deserto, la futura guida d'Israele giunge al Mar Rosso, ma la serenità recuperata grazie alla pastorizia e all'amore viene nuovamente presto interrotta: un dio bambino, spietato e vendicativo, lo richiama al suo dovere e, spingendolo ad un confronto senza esclusione di colpi contro il suo fratellastro egiziano, lo guida verso la liberazione del suo popolo. Il Faraone, colpito negli affetti più cari dall’ultima piaga, cercherà allora una resa dei conti definitiva che, però, lo condurrà all'estrema rovina sul fondo del Mar Rosso.

Come già detto, il film ruota intorno alla caratterizzazione dei protagonisti, dando ad entrambi un forte connotato psicologico che viene evidenziato dalla gelosia e dall’atteggiamento quasi puerile del faraone, dal legame inscindibile di odio e amore che lega i due fratelli anche dopo i disastri, le piaghe ed i lutti, e dal senso di appartenenza di Mosè che si sente egiziano anche dopo aver saputo le sue vere origini. Christian Bale dà una grande prova interpretativa regalando al pubblico la trasformazione fisica e psicologica del suo personaggio: il Mosè egiziano, fisico e prestante come il gladiatore di Russel Crowe, diventa pian piano il Mosè visionario, un uomo provato dagli eventi e combattuto internamente. 

Dal punto di vista tecnico, la pellicola offre senza dubbio un’esperienza visiva impressionante grazie ad una fotografia sensazionale e ad effetti speciali straordinari (due esempi fra tutti sono lo scatenarsi delle piaghe e la separazione delle acque del Mar Rosso), ma non convince e suscita controversie per il suo approccio alla parte religiosa della narrazione, che compare solo a metà del film quando Mosè,  inseguendo delle capre sul monte Sinai, cade e, battendo la testa, "incontra" per la prima volta dio alla luce del roveto ardente. Ma, attenzione!, niente voce grossa, niente barba bianca: dio, l'abbiamo accennato sopra, è un bambino di dieci anni che parla e si comporta come tale, dalla prima all'ultima apparizione. Da questo punto segue la canonica narrazione biblica, dove il regista cerca di fornire una motivazione plausibile ad ogni manifestazione del divino: il dottore della corte egiziana dà una sua interpretazione razionale sulle possibili cause delle piaghe, il passaggio attraverso il Mar Rosso risulta soltanto la conseguenza di uno sconvolgimento naturale ed il dialogo di Mosè con Dio, agli occhi di un suo seguace, non è altro che un soliloquio. 

Ridley Scott ci lascia la facoltà di scegliere: si tratta di dei, dei e re o semplicemente uomini?


domenica 11 gennaio 2015

"Minuscule – La valle delle formiche perdute": un’avventura epica e una profonda amicizia.

di Silvia Sottile

Minuscule - La valle delle formiche perdute nasce da una serie prodotta da Futurikon per la tv francese: gli episodi, di pochi minuti, sono stati trasmessi in tutto il mondo, anche in Italia da Rai yoyo. Gli stessi autori, Hélène Giraud e Thomas Szabo, hanno scritto e diretto questo lungometraggio, che sarà nei nostri cinema a partire dal 22 gennaio, utilizzando la medesima tecnica di animazione: paesaggio reale (i meravigliosi parchi nazionali del Mercantour e des Ecrins) e personaggi, ovvero gli insetti, creati e animati con la computer grafica.
 
Una particolarità, sia della serie che del film, è quella dell’assenza di dialoghi, ma se da una parte può non essere un problema per i pochi intensi minuti degli episodi televisivi, potrebbe invece esserlo per un'intera pellicola di un'ora e mezza, che sembra quasi voler ripercorrere la gloriosa strada del cinema muto francese. Come dare il ritmo? Come narrare la storia? In realtà i suoni ci sono e scandiscono azioni e avvenimenti: sono quelli della natura, i versi degli insetti che abitano questo mondo e soprattutto le musiche a cui è affidato il compito di raccontare la storia e trasmettere le emozioni in maniera chiara anche per i più piccoli.

La trama è semplice ma resa avvincente dalle immagini, dal montaggio e dalla colonna sonora, molto intensa. Dopo un pic-nic abbandonato frettolosamente, formiche nere e formiche rosse si contendono un ricco bottino: una scatola di zollette di zucchero. Protagonista è una piccola coccinella che stringe amicizia con una formica nera e si ritrova coinvolta in questa battaglia per aiutare la colonia delle formiche nere a difendere il formicaio dalle crudeli e temibili formiche rosse, in un’avventura  epica quasi come un Signore degli anelli ambientato nel mondo negli insetti. 
I rimandi alle pellicole di Peter Jackson sono parecchi ed evidenti, in particolare nella battaglia del formicaio che ricorda molto quella di Minas Tirith. Le formiche rosse sembrano una marea di piccoli orchi che attaccano catapultando sassi, matite e forchette diventano frecce, fuochi d’artificio si trasformano in pericolosi razzi e le aspirine servono a difendere il fossato. Ma in fondo è la storia di una coccinella che , nonostante sia piccola, può fare grandi cose, soprattutto in nome dell’amicizia.
La pellicola tratta anche il tema dell’inquinamento: resti di cibo, matite, medicine, forchette, fiammiferi,  insetticidi, lattine arrugginite non sono altro che l’immondizia che noi esseri umani abbandoniamo nell’ambiente.

Numerosi i riferimenti cinematografici, da Star Wars a Psyco, che naturalmente saranno colti, con un pizzico di ironia, solo dal pubblico adulto. Merita di essere menzionata anche l’appassionante scena dell’inseguimento con la coccinella e le mosche, un cult della serie tv che piace sempre tanto ai bambini. Si tratta di un omaggio ai film di Buster Keaton e Charlie Chaplin.

Divertente ed emozionante film per famiglie, consigliato per i più piccoli ma godibile anche per gli adulti.