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giovedì 31 dicembre 2015

“Il Piccolo Principe”: Pura poesia

di Silvia Sottile

Il Piccolo Principe è tratto dall’omonimo romanzo di Antoine de Saint-Exupéry, un capolavoro senza tempo che, pubblicato per la prima volta nel 1943 e tradotto in oltre 250 lingue, ha fatto sognare intere generazioni di adulti e bambini. Un libro intimo, magico, per sognatori, non facile da trasporre al cinema. Va dato dunque merito al regista Mark Osborne (Kung Fu Panda) di essersi assunto l’onere e l’onore, con umiltà e coraggio, di portare sul grande schermo un’opera tanto amata quanto delicata, cercando di rispettarne al massimo emozioni e valori e mantenendo quel tono poetico pienamente coinvolgente.

L’idea originale grazie alla quale il film riesce a prendere forma senza tradire lo spirito del romanzo, anzi tutelandolo e proteggendolo, è quella di costruire una storia che lo contenga, ovvero creare una cornice all’interno della quale inserire le avventure del Piccolo Principe. La storia è dunque quella di una bambina molto intelligente, trasferitasi insieme alla madre in un nuovo quartiere dove non conosce nessuno, impegnata in intenso programma di studio per accedere ad una scuola prestigiosa. 

Non c’è spazio dunque per il gioco e per la sua fantasia di bambina, almeno finché non incrocia l’eccentrico vicino di casa, un anziano aviatore che le racconta del suo incontro, avvenuto molti anni prima, nel deserto, col Piccolo Principe, giunto sulla Terra dopo aver vagato tra pianeti ed asteroidi. Questo le consente di aprire le porte della sua mente all’immaginazione e alle emozioni. Viene spesso sottolineato (nel film come nel libro) quanto sia importante non dimenticare mai di essere stati bambini per diventare ottimi adulti ed anche vedere le cose col cuore dato che «l’essenziale è invisibile agli occhi».

La particolarità tecnica che contraddistingue la pellicola, rendendola un piccolo gioiello, è quella di combinare l’animazione 3D in computer grafica (utilizzata per le vicende della bambina) con quella in stop motion (usata per il racconto dell’aviatore sul Piccolo Principe) per differenziare graficamente le due storie facendo comunque in modo che il passaggio dall’una all’altra risulti sempre molto delicato, graduale, quasi magico, oltre che di elevata qualità tecnica e artistica, partendo addirittura da disegni cartacei, fortemente ispirati a quelli originali di de Saint-Exupéry che tanto ci sono familiari. I colori utilizzati per dar corpo alla storia della bambina sono inizialmente spenti, sui toni del grigio, poi c’è un’esplosione di colori sfumati e variopinti collegata allo stravagante aviatore mentre una predominanza di bianco e giallo (caldi e luminosi)  rende alla perfezione il deserto e l’incontro col Piccolo Principe, sempre un po’ malinconico ma al contempo affascinato dalla bellezza delle piccole cose.

Va sottolineato anche l’ottimo doppiaggio italiano che ha visto cimentarsi nei ruoli principali grandi attori nostrani: Toni Servillo dà la sua voce all’aviatore, Paola Cortellesi la presta alla mamma, Stefano Accorsi è la Volpe, Micaela Ramazzotti è la Rosa, Alessandro Gassmann doppia il Serpente. E ancora Giuseppe Battiston (l’Uomo d’affari), Angelo Pintus (il Sig. Principe), Pif (il Re), Alessandro Siani (l’Uomo vanitoso) e per finire i piccoli Vittoria Bartolomei (la Bambina) e Lorenzo D’Agata (il Piccolo Principe).ann doppia il Serpente.

A quale pubblico si rivolge Il Piccolo Principe? Assolutamente a tutti: ai bambini per imparare a sognare e ad emozionarsi, a dare spazio alla propria immaginazione e ad ascoltare il cuore, ma forse ancor di più agli adulti per far ricordare loro di essere stati bambini, sperando anche di far riscoprire il libro a chi l’ha letto e farlo conoscere ad una nuova generazione di giovani lettori.

Il Piccolo Principe, nelle nostre sale dal 1 gennaio, è un film poetico e commovente, che farà sognare ed emozionare grandi e piccini.

martedì 29 dicembre 2015

"Quo vado?" - Zalone ed il suo posto fisso

di Emanuela Andreocci

Dopo il musicista neomelodico di Cado dalle nubi (2009), l'addetto alla sicurezza di Che bella giornata (2011) ed il venditore di Sole a catinelle (2013), Checco Zalone (al secolo Luca Medici) sembra aver trovato il suo lavoro definitivo: il POSTO FISSO.
In Quo vado? di Gennaro Nunziante, giunto alla quarta collaborazione cinematografica con il comico pugliese, Checco è infatti un pubblico impiegato nell'ufficio provinciale caccia e pesca del paesino dove vive. Ha una vita invidiabile, proprio quella che sognava fin da piccolo ("Io voglio fare il posto fisso!"): un tetto sopra la testa (quello con papà e mamma), un lavoro di tutto rispetto che ha la possibilità di raggiungere comodamente in bicicletta e una fidanzata che lo venera proprio per il suo status quo.

Sembra che nulla possa scalfire la sua serenità, eppure l'idillio sta per finire. Il Ministro Magno (Ninni Bruschetta) annuncia il taglio delle province e Checco viene convocato a colloquio dalla dirigente Sironi (Sonia Bergamasco) che gli presenta due scelte: lasciare il posto fisso dietro un' apparentemente cospicua buonuscita o essere trasferito lontano da casa. 
Complice il senatore Binetto (Lino Banfi) che compare come un deus ex machina pronto a sbrogliare i dilemmi morali del protagonista trovandogli sempre il giusto escamotage, Checco non accetta di dare le dimissioni e comincia il suo viaggio su e giù per l'Italia, spedito nei posti più improbabili proprio dalla dottoressa Sironi che in questo modo pensa di farlo capitolare. Ma più si allontana da casa e la cifra proposta per andarsene sale, più Checco si intestardisce, quindi a mali estremi, estremi rimedi: viene mandato al polo Nord con l'importante missione di difendere i ricercatori dagli attacchi degli orsi polari, compito che lo farà finalmente desistere. Ma è proprio quando sta per cedere che compare Valeria (Eleonora Giovanardi), un misto tra Cameron Diaz, Margherita Hack e Licia Colò, e siccome "tira più il sorriso di una donna che un rinoceronte", Checco si apre ad una nuova, emozionante e più civile vita.

La scia intrapresa da Zalone sembra quasi inarrestabile: giunto al suo quarto film, trova ancora nuovi spunti, sia di divertimento che di riflessione. Sebbene il tema sia abbastanza inflazionato e possa esser facile trovare una risata amara, in Quo vado? si assapora molto il lato dolce, almeno per tutta la prima parte della pellicola. Il concetto del posto fisso è espresso e ribadito fino allo sfinimento, ma non stanca, complice anche un protagonista decisamente meno ignorante che sa il fatto suo e che sa argomentare le proprie convinzioni. Si ride di quelli che sono gli stereotipi del pubblico impiego, per poi arrivare a toccare quelli più generali dell'uomo italiano, dai quali pian piano il protagonista si distacca. Vivendo all'estremo nord, Checco cambia completamente mentalità: da tipico uomo del sud conquista una calma ed una filosofia di vita zen che riesce con impegno e pazienza a portare in ogni aspetto della sua vita. Ma ecco un nuovo stravolgimento: la sua pace interiore viene sconvolta da un fatto sorprendente che apprende in tv e che non si sarebbe mai aspettato, e mentre tutti intorno a lui rimangono indifferenti, Checco si risveglia dal torpore in cui era caduto e comincia a ricordarsi e a desiderare il sapore della felicità made in Italy...

Non scontato, divertente, genuino e sincero: Zalone sa come divertire senza essere pesante e ripetitivo, usando sapientemente - ma questo già lo sapevamo - anche le differenze etniche, religiose e sociali. Rischia, forse, un paio di scivoloni nella volgarità, che però gli possono essere tranquillamente perdonati.  

Anche se è facile dimenticarselo, gran parte della storia è raccontata dal protagonista al capo di una tribù africana che deve decidere se credere al suo buon cuore oppure bruciarlo vivo. Checco, con l'aria scanzonata che tutti conosciamo e con quella smorfia tra il sornione e l'inebetito, fa di nuovo centro e racconta con piacere e dovizia di particolari tutto, basta mettersi comodi.

Dal 1 gennaio 2016 al cinema.

lunedì 28 dicembre 2015

“Francofonia”: Il Louvre sotto l’occupazione nazista

di Silvia Sottile

“Cosa sarebbe stata Parigi senza il Louvre o la Russia senza l’Hermitage?” Da questa semplice domanda emerge il valore dell’arte e della cultura nella storia di un popolo. Da questo quesito quasi esistenziale prende il via il racconto di Aleksandr Sokurov.

Francofonia, presentato in Concorso al  72° Festival del Cinema di Venezia, è la storia di due uomini eccezionali: il direttore del Louvre Jacques Jaujard (Lois-do de Lencquesaing) e l’ufficiale di occupazione nazista il conte Franziskus Wolff-Metternich (Benjamin Utzerath), prima nemici, poi collaboratori. Sarà grazie alla loro alleanza che molti tesori del Louvre saranno salvati nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Sokurov, regista di capolavori quali Faust (Leone d’oro a Venezia nel 2011) e Arca Russa, esplora lo stretto e delicato rapporto tra arte e potere ma ancor di più tra arte e storia e lo fa con un’opera decisamente surreale e discontinua ma di certo fascino artistico, incredibile intensità e immane valore, a metà tra il documentario, la ricostruzione storica e naturalmente la finzione cinematografica che viene sapientemente in aiuto.

La voce narrante (lo stesso Sokurov in originale) è affidata nella versione italiana allo straordinario Umberto Orsini che con la sua dizione dolce e impeccabile ci trasporta nel magico mondo di Parigi, del Louvre e dell’arte. Ci culla tra il sogno e la realtà, tra verità storica e finzione, senza mai risultare pesante o fastidioso. A volte ci si può addirittura perdere nei meandri della narrazione, assecondando le proprie personali riflessioni sul tema, ma l’interesse sarà subito facilmente risvegliato.

Dal punto di vista tecnico troviamo un insieme di vari elementi ben amalgamati a formare questa sorta di documentario cinematografico sull’Arte in generale e sul Louvre sotto l’occupazione nazista in particolare. Ottima fattura, elevata qualità e accurata ricostruzione storica sono i punti forti dell’opera del regista russo: si alternano vecchie fotografie d’epoca in bianco e nero, filmati originali di repertorio, la parte principale del film (ambientato al Louvre nel 1940, presenti anche alcuni scorci di Parigi e dei castelli sulla Loira) e perfino il presente, con Sokurov che dialoga tramite computer con un suo amico su una nave in tempesta che trasporta un’importante collezione museale. Non mancano naturalmente alcune delle più belle e significative opere custodite al Louvre, come la Nike di Samotracia o la Gioconda di Leonardo da Vinci. Particolarmente affascinante, quasi magica, è la scelta di dare corpo a due fantasmi del Louvre: la Marianne (Johanna Korthals Altes) e Napoleone (Vincent Nemeth) che vagano per le sale del museo quasi completamente vuoto (durante la guerra le opere furono salvate proprio trasportandole in luoghi sicuri, e conservate nei castelli della Loira) ripetendo “Liberté, Égalité, Fraternité” (lei) e vantandosi dei tesori conquistati durante le sue campagne militari (lui). Davvero un tocco originale, simpatico e delicato, con una punta di nostalgia mista ad ironia.


Francofonia va oltre il documentario, sebbene il tono appartenga innegabilmente a questo genere, però lo stile altamente innovativo lo rende un prodotto difficile da etichettare ma sicuramente molto più fruibile. Vedere sullo schermo Parigi e le meravigliose opere d’arte del Louvre è sempre un piacere per gli occhi, per la mente e per il cuore. Ed è fondamentale non dimenticare l’importanza della storia, della cultura e dell’arte che sono la culla della civiltà per ogni popolo. Dal 17 dicembre al cinema distribuito da Academy Two.

“Masha e Orso – Amici per sempre”: Evento imperdibile per i più piccoli

di Silvia Sottile

Masha e Orso è un cartone animato russo, trasmesso in Italia da Rai Yoyo, adatto ai bambini in età prescolare. Ha fin da subito riscosso uno straordinario successo, divenendo un vero e proprio fenomeno televisivo e non solo. Tutti i bambini adorano Masha e Orso ma a differenza di Peppa Pig (il precedente cult per i più piccoli) anche i genitori lo apprezzano molto, grazie all’innata simpatia della piccola Masha, vivace, pestifera e combina guai, alla pazienza di Orso, tenero e bonaccione, e all’elevata qualità del prodotto, ironico, intelligente, divertente, educativo e di ottima fattura, coadiuvato da una brillante sceneggiatura. Centrale è il rapporto di Masha col suo amico Orso e naturalmente il valore dell’amicizia.

Per mesi abbiamo rivisto in tv le stesse puntate innumerevoli volte, anche se dal 20 dicembre sono finalmente in onda 5 nuovi episodi. Come regalo di Natale per i più piccoli ecco in arrivo questo evento speciale, Masha e Orso – Amici per sempre: ulteriori 8 nuovissimi episodi mai andati in onda in tv saranno proiettati al cinema esclusivamente dal 23 dicembre al 10 gennaio, per la gioia dei bambini che potranno approfittarne durante le vacanze natalizie. A rendere ancora più entusiasmante l’evento ci sarà (tra una puntata e l’altra) la compagnia di due volti noti di Rai Yoyo, Carolina (Carolina Benvenga) e Gipo (Oreste Castagna), per giochi e quiz adatti ai piccoli spettatori. Il divertimento è assicurato!

Volete qualche piccola anticipazione sulle 8 puntate nuove di zecca? Nella prima Masha e Orso provano a scrivere una sceneggiatura per un film, molto godibili anche per gli adulti i riferimenti a Titanic, Avatar, Zorro, King Kong e Biancaneve e i sette nani. I dettagli sono sempre curatissimi. Nella seconda puntata Masha e Orso si ritrovano nella preistoria, nella terza Masha diventa una supereroina, mentre nella quarta Masha e i suoi amici vengono travolti dalla febbre del ballo. Il quinto episodio vede Masha e Orso giocare una partita di tennis molto particolare mentre nel sesto Masha si improvvisa detective: divertentissime le musiche alla Sherlock Holmes e si nota bene il volume in mano alla protagonista, ovviamente di Sir Arthur Conan Doyle. Nella settima puntata Masha e il suo amico panda fanno una sorta di show televisivo e nell’ultima (intitolata Ci vediamo presto) salutiamo Masha che a bordo di un treno va in città dalla cugina Dasha.

Masha e Orso e tutti gli animali del bosco (liberamente ispirati ai personaggi della tradizione russa) sono adorabili, come sempre. I nuovi episodi terranno i bambini con gli occhi incollati allo schermo, pieni di gioia ed entusiasmo, quasi per magia, a partire dall’inconfondibile ed orecchiabile sigla d’apertura e grazie anche all’allegra colonna sonora che accompagna tutte le puntate.

Masha e Orso – Amici per sempre dura poco più di un’ora ed è un appuntamento imperdibile per tutta la famiglia, naturalmente per chi ha figli piccoli in età prescolare che impazziscono per questo cartone animato. L’evento cinematografico è frutto della collaborazione tra Animaccord, Ink Global e Warner Bros. Entertainment Italia.

“Franny” : Richard Gere protagonista assoluto alle prese con i sensi di colpa

di Silvia Sottile

Franny rappresenta il debutto cinematografico per il regista e sceneggiatore Andrew Renzi, che al suo film d’esordio (oltretutto una produzione  indipendente) riesce incredibilmente ad ottenere un cast d’alto livello.
Richard Gere, protagonista assoluto, è Franny, un eccentrico miliardario che cerca di soffocare i suoi sensi di colpa per la morte dei suoi migliori amici, lasciandosi vivere tra beneficenza e massicce dosi di morfina. Non lavora, non sappiamo da dove arrivino tutti i suoi soldi, di certo sovvenziona un ospedale che si occupa di bambini ed è una personalità di un certo livello a Philadelphia, nonostante viva, trasandato, nella stanza di un hotel di lusso. Quando improvvisamente ritrova Olivia (Dakota Fanning), la figlia dei suoi amici scomparsi nell’incidente d’auto di 5 anni prima, sposata e prossima a partorire, dà un lavoro a suo marito Luke (Theo James) e pensa di poter riprendere a vivere aiutando con molta generosità i due giovani, comprandogli una casa ed interferendo in maniera eccessiva ed ossessiva nelle loro vite. La dipendenza dalla morfina, le crisi d’astinenza, gli incubi, i sensi di colpa e il ripresentarsi dei suoi demoni interiori, mai realmente affrontati né tanto meno superati, lo trascineranno in un vortice di autodistruzione, coinvolgendo Olivia e Luke, affascinati e spaventati al tempo stesso da quest’uomo davvero singolare e imprevedibile.  Tra sbalzi di umore, voglia di redenzione e necessità di diventare finalmente adulto, sarà  la nascita del bambino di Olivia ad aiutare Franny, spingendolo quasi ad una rinascita.

Purtroppo la mancanza di esperienza del regista ed i pochi mezzi economici a disposizione non passano inosservati. Se l’idea in sé, ovvero l’analisi accurata di una personalità così eccessiva e sopra le righe, rappresenta un ottimo spunto di partenza su cui lavorare, la sceneggiatura si rivela il punto debole, piuttosto prevedibile e banale. Viene affidata la riuscita del film quasi esclusivamente alla magistrale interpretazione di Richard Gere, che ci ha rivelato in conferenza stampa di aver trovato molto stimolante il suo ruolo di Franny. L’attore americano dà indubbiamente tutto se stesso nel tratteggiare la strabordante ed incontenibile figura del miliardario eccentrico e depresso, che lotta contro i suoi demoni fino alla immancabile redenzione dopo la sua drammatica e metaforica caduta all’inferno. Gere riesce ad esprimere con facilità una vasta gamma di emozioni, sicuramente aiutato dalla sua filosofia di vita buddista, alternando euforia ad angoscia, ironia a violenza. La sua è davvero un’interpretazione carica di pathos. 
Si mostra all’altezza anche il giovane Theo James, bravo a tenere testa ad un divo di Hollywood del calibro di Gere. Dakota Fanning, pur brava e intensa nella dolcezza del suo personaggio, rimane un po’ sacrificata dal poco spazio concessole da uno script con troppi punti oscuri mai colmati, che lasciano dubbi e domande senza risposta a discapito della buona riuscita del film.

La pellicola è ambientata (e girata) a Philadelphia, città d’origine di Renzi, facilitato dunque dalla sua ottima conoscenza della città nella scelta delle location, rese al meglio.

Franny, dal 23 dicembre nelle nostre sale, è un dramma personale ma principalmente una grande prova d’attore di Richard Gere. Per il resto il film si perde nella sua debole sceneggiatura e dispiace vedere un buon potenziale non adeguatamente sfruttato.

giovedì 17 dicembre 2015

“Natale col Boss”: divertente commedia degli equivoci

di Silvia Sottile 

I produttori Aurelio e Luigi De Laurentiis hanno abbandonato da qualche anno il classico cinepanettone natalizio a favore della commedia, virando verso prodotti dalla comicità più sofisticata. Se con Un Natale stupefacente (2014) il risultato non era stato all’altezza delle aspettative, quest’anno Natale col Boss, affidato sempre al regista Volfango De Biasi, si rivela a sorpresa una gradevolissima e divertente commedia degli equivoci, che tende addirittura al poliziesco.

Cosimo (Paolo Ruffini) e Leo (Francesco Mandelli) sono due maldestri poliziotti che riescono in qualche modo a fotografare un pericoloso boss della camorra. A questo punto il criminale ha la brillante idea di rapire due noti chirurghi plastici romani trapiantati a Milano, Alex e Dino (Lillo e Greg), per farsi cambiare completamente la faccia. Complice una vocale il nuovo volto non sarà come richiesto quello di Di Caprio, ma quello di Peppino Di Capri (partecipazione straordinaria la sua, nel doppio ruolo di se stesso e del boss). Naturalmente da qui hanno inizio una serie di eventi imprevedibili e rocamboleschi che fanno davvero ridere di gusto. Nel cast anche la bella e atletica Giulia Bevilacqua che interpreta Sara, la moglie di Leo.

La sorpresa è che ci troviamo di fronte ad un prodotto di buona fattura, scritto e interpretato decisamente bene, con una comicità genuina adatta a tutta la famiglia, a dimostrazione che non è necessaria la volgarità per far ridere e che il cinema italiano ha ancora delle professionalità valide che meritano di essere adeguatamente valorizzate. Fin dalla fase di scrittura (completata poi dall’ottima interpretazione) notiamo i giusti tempi comici. Le battute, per nulla forzate, e le varie gag non nascono come sketch slegati tra loro ma si mantengono fluide e spontanee per tutta la durata del film. Simpatici equivoci, rocamboleschi colpi di scena, classici scambi di persona, il tutto a un ritmo serrato per una sceneggiatura coerente e senza buchi. 

Va precisato che indubbiamente lo spunto di partenza non è realistico, anzi è quasi surreale, ma l’evoluzione della trama si mantiene credibile, coinvolgendo lo spettatore che si ritroverà a ridere di gusto, con leggerezza, in modo sano, piacevole e spensierato durante tutta la pellicola, fino ad un gustosissimo cameo nella scena finale.

L’anima del film è quella di un poliziesco con una componente action che gioca sui tipici cliché dei film d’azione americani o dei nostri prodotti di qualità su mafia/camorra (in stile Gomorra, per intenderci) stravolgendoli in maniera ironica e creando un interessante connubio con la comicità tipica della commedia all’italiana. Il cast si rivela all’altezza, ogni attore riesce a dare il meglio nel tratteggiare il proprio personaggio. Tutti dotati di un’elevata capacità comica, collaborano alla riuscita della pellicola senza strafare né rubandosi la scena a vicenda, rischio che si poteva facilmente correre mettendo insieme Lillo e Greg, Ruffini e Mandelli. Bene anche i comprimari (Francesco Di Leva, Enrico Guarneri, Franco Pennasilico e Gianfelice Imparato) e strepitosa Giulia Bevilacqua, quasi in versione Wonder Woman. Infine il protagonista, Peppino Di Capri: il cantante di Champagne si è prestato ad un difficile doppio ruolo mostrandosi persino più bravo di un attore professionista ed è stato simpaticamente disposto a cantare le sue canzoni, per esigenze di copione, fingendosi addirittura stonato! È lui la vera sorpresa del film.

A dire il vero di natalizio c’è ben poco ma non è detto che sia un male. Dispiace solo che l’uscita in sala in questo periodo dell’anno, il 16 dicembre, rischia di far passare inosservato il gradevole film di De Biasi, schiacciato da una forte concorrenza su tutti i fronti. Natale col Boss è il film italiano che ci sentiamo di consigliarvi per rilassarvi piacevolmente e ridere spensierati, una divertente commedia comico-poliziesca, che fa ben sperare per il futuro del cinema italiano.

"Irrational Man": Joaquin Phoenix nei panni del surreale e carismatico Abe Lucas

di Emanuela Andreocci

Woody Allen torna sul grande schermo, o meglio soltanto dietro, con un nuova, sofisticata e surreale commedia; Irrational Man, nelle nostre sale dal 16 dicembre, ha come protagonisti un geniale e disturbato professore di filosofia (Joaquin Phoenix nei panni di Abe Lucas) ed un'attenta e promettente studentessa (Emma Stone in quelli di Jill Pollard).

Il fulcro della narrazione, sostenuta da una sceneggiatura sapiente, ricca di spunti di riflessione interessanti e di battute e tempi comici eccellenti, riguarda l'insoddisfazione di Abe Lucas e il suo tornare pian piano alla vita, o a quella che lui ritiene tale. Il tutto è regolato dalla casualità, tema a cui Woody Allen è molto legato, che aveva già affrontato in Match Point ed in Magic in the Moonlight e che torna a predicare con Abe nella sua classe.

Il rapporto con Jill (che è fidanzata con Roy - Jamie Blackley - ma che non riesce a resistere all'attrazione per il professore) evolve e progredisce: dalla prima iniziale simpatia reciproca diventano amici e confidenti. Il vero cambiamento nella vita di Abe però non è attribuibile alla ragazza, e neanche a Rita Richards, la bella professoressa interpretata da Parker Posey che vorrebbe trovare in lui la soluzione all'infelicità del suo matrimonio: la svolta avviene quando, assistendo per caso ad una conversazione di sconosciuti, Abe ritrova la voglia di vivere e si adopera per dare un senso alla sua esistenza.

Joaquin Phoenix interpreta alla perfezione il personaggio che gli è stato affidato, anche fisicamente, con il suo sguardo magnetico che tutti conosciamo e con una prominente pancia che spunta ad ogni inquadratura, evidente prova della sua passione per il whiskey di puro malto a qualsiasi ora del giorno. Il suo professore di filosofia è geniale e sorprendente, totalmente sopra le righe, annichilito da una vita in cui insegna una materia che pensa sia in gran parte masturbazione mentale e in cui non riesce più a "trovare sollievo in quell'antidolorifico efficace chiamato orgasmo".
Emma Stone, come al solito, assolve al suo ruolo, donando al suo personaggio sia un certo candore genuino nei confronti della vita, sia una sicurezza insistente ed a tratti fastidiosa, dovuta alla sua bellezza ed intelligenza, nei confronti di Abe Lucas.

Molti, per chi scrive, sono i rimandi a Magic in the Moonlight: non solo per la presenza di un affascinante uomo carismatico più grande rispetto alla Stone, protagonista anche del precedente film, ma anche e soprattutto per le scenografie, i colori ed i costumi, che rimandano ad una storia senza tempo.

Promuoviamo a pieni voti questo nuovo lavoro di Woody Allen che, ad 80 anni compiuti, continua a stupirci e a divertirci con la sua regia efficace e con la sua scrittura creativa.

mercoledì 16 dicembre 2015

“Star Wars – Il Risveglio della Forza”: effetto nostalgia e tante emozioni


di Silvia Sottile

Dal 16 dicembre è finalmente nelle nostre sale l’attesissimo Episodio VII della saga di Star Wars – Il Risveglio della Forza, diretto da J. J. Abrams, prodotto dalla Lucasfilm e distribuito dalla Disney. La pellicola si riaggancia in maniera evidente fin dai primi istanti alla trilogia originale di Star Wars con un forte effetto nostalgia carico di emozioni per i fan storici della saga. Film costruito per essere il primo capitolo di una nuova trilogia (gli episodi VIII e IX sono ad oggi previsti rispettivamente per il 2017 e il 2019) emoziona fin dall’inizio, quando sullo schermo appare l’incipit classico del primo episodio realizzato (il IV nell’economia globale), Una Nuova Speranza (1977), con lo spazio scuro e stellato sullo sfondo e le scritte scorrevoli che recitano “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…”  introducendoci agli eventi. A far salire l’entusiasmo dei fan alle stelle non poteva mancare la riconoscibilissima e inconfondibile melodia di John Williams, anche questa volta autore della straordinaria colonna sonora con le sue note tanto familiari. Sì, la forza si è risvegliata!

È un immenso piacere ritrovare l’ironico Han Solo (Harrison Ford), invecchiato decisamente bene, e il peloso Chewbacca (Peter Mayhew) a bordo del mitico Millennium Falcon e già ci si sente a casa. Come anticipato dai trailer torna anche Leia Organa (Carrie Fisher), ci saranno Luke Skywalker (Mark Hamill) e i droidi C-3PO e R2-D2 (C1-P8), nonché il nuovo ed irresistibile BB-8. A proposito di nuovi personaggi, che ben si amalgamano con i vecchi per dare nuova linfa al franchise e rendere appetibile il prodotto anche a chi non ha mai visto i capitoli precedenti, ecco che ci vengono introdotti i giovani protagonisti: Rey (Daisy Ridley), una giovane e coraggiosa ragazza che sente il richiamo della Forza, Finn (John Boyega), uno stormtrooper pentito che la aiuta a raggiungere la Resistenza, Poe Dameron (Oscar Isaac) ovvero il miglior pilota della Galassia e naturalmente non potevano mancare i villain, appartenenti al Primo Ordine, sorto sulle ceneri dell’Impero. Il più sfaccettato ed iconico è indubbiamente Kylo Ren (Adam Driver) che cerca di ricalcare le orme del mitico Dart Vader, mentre il nuovo capo del Lato Oscuro della Forza è il Leader Supremo Snoke, interpretato da Andy Serkis (ormai veterano della performance capture).  Nel cast anche Max Von Sydow, per un piccolo cameo. Tutte buone interpretazioni: se il più amato, nonché il migliore della vecchia guardia (ha anche il ruolo di maggior rilievo) è indubbiamente Harrison Ford, di sicuro la più convincente delle nuove leve è Daisy Ridley, la protagonista vera e propria, attrice molto espressiva, intensa, che buca lo schermo.

Pur non entrando nel dettaglio di questa nuova avventura galattica, possiamo rivelare che  la trama regala moltissima azione, tante emozioni e numerosi colpi di scena, più o meno prevedibili, funzionali allo sviluppo delle vicende, le cui reazioni non saranno facilmente dimenticate. Si prepara il terreno ai prossimi due film, in un crescendo di attesa che, incredibilmente, invece di placarsi, aumenterà  dopo la visione di questo settimo episodio.
L’unica pecca della sceneggiatura, abbastanza coerente e lineare, è quella di basarsi un po’ troppo sulla storia della trilogia originale, a volte si ha quasi la sensazione di un remake o un reboot piuttosto che di un sequel (cosa che poi è in realtà) ma d’altro canto si tratta sicuramente di un riuscitissimo omaggio e un bel tuffo nel passato che contribuisce ad appagare l’effetto nostalgia dei fan storici facendoli sentire a casa, mentre il pubblico più giovane, o chi comunque non si era mai confrontato con Star Wars non ci farà particolarmente caso, appassionandosi alle vicende totalmente coinvolgenti dei personaggi e alle spettacolari scene adrenaliniche.  Di sicuro i 136 minuti della pellicola volano, in un turbinio di azione ed emozioni. Lo spirito rimane fortemente fedele agli esordi (a differenza dei deludenti prequel  usciti tra il 1999 e il 2005) e nonostante la tecnologia abbia fatto notevoli passi da gigante, fortunatamente non si eccede in tal senso. Ottimo anche l’uso del 3D.
Chiudiamo con un accenno alle meravigliose location, dalle zone desertiche di Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti) al paesaggio mozzafiato dell’isola di Skelling Michael (Irlanda), Patrimonio Unesco dal 1996.

Star Wars – Il Risveglio della Forza è un film spettacolare ed emozionante, l’inizio di un’epica avventura che non deluderà le aspettative degli appassionati, in un giusto mix tra vecchio e nuovo, riprendendo vecchi miti e spalancando nuovi imperscrutabili orizzonti. Non ci resta che augurarvi: “Che la Forza sia con voi!”

“Vacanze ai Caraibi – Il film di Natale”: il ritorno del cinepanettone tradizionale

di Silvia Sottile

Il regista Neri Parenti decide di riportare sul grande schermo il cinepanettone per antonomasia, quello vecchio stile, l’originale, e per farlo ricostruisce la sua squadra dei tempi d’oro, ovvero gli sceneggiatori Fausto Brizzi e Marco Martani e il protagonista storico per eccellenza, Christian De Sica, entusiasta del progetto. A lui il compito di far ridere gli italiani durante le prossime vacanze di Natale, affiancato da un cast di buon livello, nella speranza di ritrovare anche il successo al botteghino. L’unico cambiamento evidente (a parte l’assenza di Boldi, ormai per la sua strada) è il passaggio dal binomio produttore/distributore De Laurentiis/Filmauro (interessati più a una commedia sofisticata) a Wildside/Medusa.

Vacanze ai Caraibi si sviluppa in tre episodi. Mario (Christian De Sica), indebitato fino al collo, va a Santo Domingo con la moglie (Angela Finocchiaro), ignara di tutto, per vendere la villa e cercare di recuperare un po’ di liquidità. Lì scoprono che la figlia Anna Pia (Maria Luisa De Crescenzo) vuole sposare Ottavio (Massimo Ghini) di trent’anni più vecchio. Se all’inizio sono contrari, cambiano subito idea quando scoprono che l’uomo pare ricchissimo, senza sospettare che in realtà è squattrinato anche lui. Fausto (Luca Argentero) e Claudia (Ilaria Spada), sono in crociera con i rispettivi compagni ma tra loro scoppia un’irresistibile passione che li porta a lasciare i partner e fuggire insieme. Solo che, a dispetto dell’ardente intesa sessuale, sono diversissimi tra loro, come il giorno e la notte: lui filologo del nord, vegetariano, salutista  e noioso, lei estetista romana, coatta, carnivora e fumatrice. Nel terzo episodio troviamo un one man show di Dario Bandiera, nei panni di Adriano, un tecnomane catanese che si ritrova naufrago su un’isola deserta… senza “campo”!

Se la trama si rivela (ed era prevedibile) leggera, fin troppo elementare e grossolanamente comica, e le gag sono volontariamente vecchiotte, scurrili, volgari, e persino puerili, per una comicità di bassa lega, come da tradizione (e decisamente non politically correct), bisogna riconoscere che il film centra l’obiettivo principale che si prefigge, riuscendo nel suo intento primario, ovvero far ridere gli spettatori, anche i più prevenuti, cosa non sempre così scontata. Senza dubbio ciò che gioca un ruolo importante in questo senso, oltre naturalmente ad un regista più che esperto del genere, è stata la scelta degli attori, tutti dotati di innata verve, tempi comici giusti e buone attitudini recitative. Infatti oltre al veterano Christian De Sica e alla sua spalla Massimo Ghini (i due hanno davvero un’ottima chimica e una recitazione di impianto teatrale) si segnalano le new entry Angela Finocchiaro, perfetta nel ruolo di moglie svampita ma in fin dei conti cinica almeno quanto marito e futuro genero, e gli affiatatissimi Luca Argentero e Ilaria Spada, ormai molto più che promesse nel panorama cinematografico italiano: Argentero è una garanzia ma anche la Spada, vista quest’anno in numerose commedie in ruoli secondari, conferma il suo talento e ci aspettiamo che le venga affidato quanto prima un ruolo  da protagonista. Il segmento forse più debole è quello affidato a Dario Bandiera, non tanto per l’interpretazione del simpatico caratterista siciliano, sempre divertente, quanto proprio in partenza, in fase di scrittura.

Vacanze ai Caraibi, dunque, non brilla certo per qualità, però il prodotto si rivela esattamente per quello che è, un vero cinepanettone (e come tale va considerato) con tutti i soliti cliché fortemente voluti, in una rivendicazione della farsa vera e propria e della comicità libera, quasi cinica, senza freni inibitori. E si ride, il che non è poco. Con un pizzico di nostalgia per i film di Natale che furono.

Dal 16 dicembre al cinema.

“Il ponte delle spie”: Spielberg regala l’ennesima lezione di cinema

di Silvia Sottile

Ci sono registi che si cimentano in diversi generi cinematografici, riuscendo sempre a mantenere un proprio stile, ampiamente riconoscibile, ed eccellendo ovunque. Uno di questi è senza ombra di dubbio il grande Steven Spielberg. Suoi alcuni dei più grandi film della storia del cinema, veri e propri cult, per non parlare dei 4 Oscar all’attivo in carriera.

Nutrivamo grandi aspettative per il suo ultimo film, Il ponte delle spie, aspettative che sono state ampiamente soddisfatte: Spielberg ci regala un ennesimo capolavoro, coadiuvato da un impeccabile script dei fratelli Coen, basato su una vicenda storica realmente accaduta durante la Guerra Fredda.
James B. Donovan (Tom Hanks, premio Oscar per Philadelphia e Forrest Gump, alla quarta collaborazione con Spielberg dopo Salvate il soldato Ryan, Prova a prendermi e The Terminal) è un avvocato americano che durante gli anni della Guerra Fredda si trova a dover difendere Rudolf Abel (Mark Rylance), accusato di essere una spia sovietica, mettendo addirittura a rischio l’incolumità della sua famiglia (la moglie Mary è interpretata da Amy Ryan). Uomo retto, che crede nei valori della Costituzione, Donovan farà di tutto per evitare la condanna a morte del suo assistito, rifiutando di accettare un processo farsa. Successivamente si troverà coinvolto nelle trattative governative per uno scambio di prigionieri: Abel per il pilota di un aereo spia americano catturato dall’Unione Sovietica, Francis Gary Powers (Austin Stowell). Donovan dovrà fare da intermediario per la CIA e ancora una volta rischierà la vita per ciò che crede sia giusto, recandosi a Berlino, città divisa da un freddo e atroce muro, cercando di riportare a casa (in cambio di Abel) non solo Powers, ma anche lo studente americano Frederic Pryor (Will Rogers), nelle mani dell’appena nata DDR; scambio previsto sul leggendario Glienicker Brücke, detto appunto il ponte delle spie (che divideva la Berlino Est da quella dell’Ovest) proprio perché su di esso avvennero durante la guerra fredda numerosi scambi tra spie sovietiche e americane.

La pellicola dura 140 minuti, ma lo sviluppo della storia è talmente coinvolgente da non annoiare un solo istante. La sceneggiatura dei fratelli Coen si rivela molto scorrevole, la ricostruzione storica è fedele ed accurata (assistere alla costruzione del Muro di Berlino mette quasi i brividi). Ma ciò che fa la differenza più di ogni altra cosa è la regia di Spielberg che si mantiene sempre molto classica, puntando soprattutto su una narrazione lineare, ma non per questo meno appassionante. 
I primi minuti sono a dir poco da cineteca, con un evidente richiamo ad Hitchcock: senza dialoghi ma solo rumori di fondo, assistiamo ai momenti che precedono l’arresto di Rudolf Abel. Mark Rylance d’altronde fornisce un’interpretazione straordinaria che gli è appena valsa la nomination come miglior attore non protagonista ai Golden Globe 2016 e a numerosi altri premi cinematografici. Perfetto, come sempre, Tom Hanks, solido, umano, credibile e convincente in qualunque ruolo.

Spielberg riesce a dosare sapientemente i vari elementi  costitutivi del film: l’aspetto storico, lo spionaggio, la politica, il sistema giudiziario, l’azione, i dialoghi, i valori americani e gli affetti familiari, con uno sguardo doloroso alla Berlino anni ‘60 dilaniata dalla Guerra Fredda e un occhio non troppo indulgente verso i democratici ma puritani Stati Uniti d’America (per quanto la differenza risulti inequivocabilmente evidente).  Riesce infatti, con un tocco da maestro, ad evitare abilmente di cadere nella solita retorica filo-americana, l’eroe è solamente un uomo dagli elevati valori morali in cui continua a credere con fiducia. 
L’unico piccolo neo è forse il tono un po’ troppo didascalico in alcuni punti, che tuttavia non stona affatto e che possiamo tranquillamente tralasciare. Del resto troviamo anche un’inaspettata (quanto necessaria) punta di ironia e innumerevoli spunti di riflessione che toccano tutti i tasti giusti.

Ottimo lavoro dal punto di vista tecnico, dalla fotografia plumbea di Janusz Kaminski, al montaggio di Michael Kahn, fino alla colonna sonora di Thomas Newman, che collaborano alla perfezione nel dare l’impressione di trovarsi realmente nel luogo e tempo storico descritti, aumentando la già palpabile tensione diplomatica tra USA e URSS.

Il ponte delle spie, nelle nostre sale dal 16 dicembre, è un film imperdibile, che va molto oltre il thriller politico e rie


sce ad appassionare e tenere col fiato sospeso fino all’ultimo istante. Una lezione di cinema.


lunedì 7 dicembre 2015

“Belle & Sébastien – L’avventura continua”: una favola per famiglie

di Silvia Sottile

Due anni dopo lo straordinario successo ottenuto dal primo capitolo, tornano le avventure di Belle & Sébastien, nelle nostre sale dall’8 dicembre, per intrattenere piacevolmente grandi e piccini durante le imminenti festività natalizie.

Belle & Sébastien – L’avventura continua (presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma nella sezione parallela Alice nella Città) è sempre ispirato al celebre romanzo di Cécile Aubry ma in questo sequel, diretto da Christian Duguay, c’è molto più spazio per l’azione.
Sébastien (Félix Bossuet) è cresciuto eppure è sempre vivace: invece di andare a scuola preferisce scorazzare per le montagne insieme a Belle, la sua inseparabile amica a quattro zampe. Intanto la guerra è finita e César (Tchéky Karyo) attende impaziente il ritorno della nipote Angélina (Margaux Chatelier) che ha partecipato alla Resistenza. Purtroppo l’aereo precipita al confine tra Francia e Italia dando origine ad un imponente incendio e tutti i passeggeri vengono dati per morti. César e Sébastien  non vogliono crederci e partono, accompagnati naturalmente da Belle, per andarla a cercare, chiedendo aiuto a Pierre (Thierry Neuvic), il padre naturale di Sébastien. Da qui ha inizio una rocambolesca avventura nei boschi, tra paesaggi mozzafiato, orsi, mille pericoli da superare e tantissime emozioni.

Il racconto naturalmente è sviluppato a misura di bambino ma la pellicola riesce a coinvolgere anche il pubblico adulto grazie al ritmo dinamico dato dalla regia, al ruolo sempre di primo piano della natura (a tratti ostile) e ad un sapiente mix di azione ed emozione. Le numerose avventure che affronta coraggiosamente Sébastien per cercare Angélina lo porteranno a ritrovare suo padre e lo stesso Pierre, scontroso e burbero all’inizio, rivelerà tutto l’affetto per il figlio. Indubbiamente questo nuovo e forte legame che si viene a creare mette un po’ in ombra il protagonista principale del primo episodio, ovvero il cane Belle, che ha comunque il suo momento di gloria nello scontro con un orso e rimane sempre ben presente a proteggere il suo piccolo padrone durante questo viaggio entusiasmante e avventuroso che a tratti ricorda addirittura i film del mitico Indiana Jones

Tra gli attori, tutti perfettamente credibili e in sintonia con i propri personaggi, sorprende la bravura del giovane Félix Bossuet, davvero maturo ed espressivo per la sua età.

A livello visivo merita un applauso la realizzazione dell’immane incendio, realizzato con l’aiuto degli effetti speciali computerizzati. Anche le musiche sono sempre funzionali all’evolversi della trama, che forse può sembrare fin troppo fiabesca, ma in fondo fa parte della tipologia di prodotto ed è proprio quello che ci si aspetta visto il target di riferimento.

Belle & Sébastien – L’avventura continua è una favola per tutta la famiglia, per far vivere emozionanti  avventure ad adulti e bambini.


“Il Professor Cenerentolo”: l’ultima fatica di Pieraccioni


di Silvia Sottile

Il Professor Cenerentolo è il dodicesimo film di Leonardo Pieraccioni, che per i suoi 50 anni anagrafici e 20 di carriera (ricordiamo l’esordio alla regia nel 1995 con I laureati e l’enorme successo dell’anno successivo con Il ciclone) si regala (sia da regista che da interprete) un personaggio leggermente diverso dai soliti, purtroppo non particolarmente riuscito.

La storia è quella di Umberto (Pieraccioni), un ingegnere che per evitare il fallimento della sua ditta improvvisa un maldestro colpo in banca insieme ad un suo dipendente (Massimo Ceccherini), che gli frutta 4 anni di carcere nella splendida isola di Ventotene. Giunto a fine pena, ottiene il permesso di lavorare (di giorno) nella biblioteca del paese, insieme ad Arnaldo (Davide Marotta). Una sera, durante un dibattito, incontra Morgana (Laura Chiatti), donna esuberante e un po’ fuori di testa, che lo scambia per un uomo che lavora in carcere e non un detenuto. Umberto sfrutta l’equivoco per frequentare (e sedurre) Morgana nelle ore di libertà ma per evitare di essere scoperto dal direttore del carcere (Flavio Insinna) a mezzanotte deve rientrare, proprio come Cenerentola.  In realtà, però, il titolo risulta forzato perché un evento del genere si verifica solamente una volta: la ragazza infatti scoprirà ben presto di essere stata ingannata e dopo una iniziale arrabbiatura aiuterà l’uomo a riconquistare l’affetto della figlia (Lisa Ruth Andreozzi) che si vergogna di lui.

Descritta così, sembrerebbe una commedia divertente, a tratti sentimentale, mentre in realtà ci troviamo di fronte ad un prodotto indecifrabile che ambisce a qualcosa di più ma si perde nei meandri di una comicità ormai obsoleta e di una sceneggiatura senza spunti particolarmente interessanti.
Leonardo Pieraccioni, nonostante l’età, rimane un ragazzo che continua a riproporre la sua idea di comicità, sempre uguale e decisamente anacronistica. Oltretutto, anche a voler sorvolare sulla trama inconsistente e banale, senza guizzi e per nulla credibile, i personaggi si rivelano totalmente privi di spessore, incoerenti, carichi invece di stereotipi fino a diventare (alcuni soprattutto) delle macchiette caricaturali. La cosa ben più drammatica è però un’altra: la pellicola, comica nelle intenzioni, in realtà non fa ridere! E non perché il tono si mantiene più profondo, tutt’altro. Semplicemente le presunte gag spassose sono in realtà ripetitive, scontate, offensive, a volte addirittura demenziali e farsesche, di certo poco divertenti, specie nell’essere riproposte al giorno d’oggi. Viene sfruttato fin troppo, ma senza tuttavia coglierne al meglio il potenziale comico, il nanismo di Marotta, la Chiatti sembra capitata lì per caso e Pieraccioni in questo caso non convince né come interprete né come regista.

Tra le poche cose da salvare ci sono le musiche di Gianluca Sibaldi e la canzone Il Re cantata sui titoli di coda dallo stesso Pieraccioni, oltre naturalmente ai meravigliosi paesaggi e allo splendido mare di Ventotene. Elementi che comunque non bastano da soli a risollevare questa commedia fin troppo leggera e facilmente dimenticabile. Come una bella cornice su un quadro vuoto.

Il Professor Cenerentolo sarà al cinema dal 7 dicembre in 500 copie.

venerdì 27 novembre 2015

“Il Viaggio di Arlo”: un avventuroso percorso di formazione

di Silvia Sottile

Che cosa sarebbe successo se l’asteroide che ha cambiato per sempre la vita sulla Terra non avesse colpito il nostro pianeta e i dinosauri non si fossero mai estinti? Da questa simpatica idea di partenza ha inizio Il Viaggio di Arlo, diretto da Peter Sohn, seconda pellicola Disney-Pixar dell’anno dopo il sofisticato  Inside Out, capolavoro di Pete Docter.

Questa volta, ferma restando l’impeccabilità tecnica dei prodotti targati Pixar, ci troviamo di fronte ad una storia destinata soprattutto ai bambini: un classico percorso di formazione attraverso un viaggio avventuroso per ritornare a casa. Arlo è un giovane apatosauro che aiuta la famiglia a mandare avanti la fattoria, ma è molto pauroso, nonostante i ripetuti incoraggiamenti da parte del padre. Un giorno, a causa di una tempesta e un rocambolesco inseguimento, si ritrova ferito e lontano da casa. Dovrà riuscire a superare le sue paure e affrontare un viaggio ricco di avventure e incontri per tornare a casa, tirando fuori tutto il suo coraggio che lo porterà a diventare adulto. Lungo il percorso sarà aiutato da Spot, piccolo cucciolo d’uomo primitivo, con il quale nascerà una vera amicizia. Davvero irresistibile e di immediato effetto l’idea di immaginare il dinosauro Arlo come un ragazzo e Spot, l’umano, esattamente come fosse un cagnolino, affettuoso, coraggioso e selvaggio, in un rovesciamento dei classici ruoli uomo-animale. I due sono adorabili. Ci saranno momenti divertenti, altri di difficoltà e naturalmente non mancheranno quelli commoventi, a sottolineare l’importanza e il valore degli affetti, che siano legami familiari o di profonda amicizia.

Le storie Disney Pixar hanno il potere di emozionare e coinvolgere anche se la trama di base non è del tutto nuova. Sono infatti evidenti i richiami ad alcuni classici come Alla ricerca di Nemo o Il Re Leone, che fanno sentire quasi “a casa” il pubblico di ogni fascia d’età, pur garantendo un’originalità narrativa e una sceneggiatura lineare, semplice ma sempre di impatto, senza sbavature. È incredibile la capacità di raccontare storie simili ma farle sembrare nuove ed entusiasmanti. Simpatici e buffi i personaggi incontrati lungo il percorso, tutti graficamente resi alla perfezione da un design sempre d’alto livello. Meritano una menzione particolare i feroci T-Rex, immaginati (in questo mondo alternativo) come dei cowboy, dei mandriani. E la fase del racconto che li vede interagire con Arlo è narrata (sia visivamente che a livello di musiche) come un vero e proprio western preistorico. La natura, meravigliosa ma anche selvaggia, assume un ruolo fondamentale ai fini del racconto, quasi un personaggio vero e proprio, un antagonista, che rende difficile e impervio il ritorno a casa del nostro piccolo eroe, eppure è anche una natura bellissima, che regala scene da togliere il respiro, come quella notturna, di forte impatto emotivo, con stelle e lucciole. I paesaggi naturali mozzafiato, le maestose distese a perdita d’occhio di roccia e vegetazione, i fiumi, sono resi con un realismo a dir poco incredibile, a conferma (se mai ce ne fosse bisogno) dell’eccellente qualità dell’animazione Pixar. Le nuvole, le gocce d’acqua, le foglie, le vette innevate, tutto sembra davvero reale. I personaggi, invece, anch’essi curati nei minimi dettagli, hanno forme morbide, arrotondate, variopinte e sgargianti, in un delizioso tripudio di colori che cattura l’attenzione dei più piccoli.

Era molto difficile colpire nel segno dopo il successo di Inside Out eppure Il Viaggio di Arlo ci riesce, proprio per la sua storia semplice ma toccante, narrata con ritmo e supportata da immagini, fotografia e musiche (del premio Oscar  Mychael Danna) assolutamente all’altezza delle aspettative.

Il Viaggio di Arlo, nelle nostre sale dal 25 novembre, è un divertente ed emozionante film per famiglie. Pronti per un’altra epica e straordinaria avventura targata Pixar?

“Il sapore del successo”: una seconda occasione, ai fornelli e nella vita

di Silvia Sottile

Adam Jones (Bradley Cooper) era uno chef all’apice del successo, ma la sua vita sregolata, l’alcool e la droga gli avevano fatto perdere tutto, incluso il suo rinomato ristorante a Parigi. Deciso a rimettersi in gioco, deve necessariamente abbandonare le cattive abitudini. Ha intenzione di aprire un ristorante a Londra con  l’obiettivo di conquistare la tanto agognata terza stella Michelin e per riuscirci si circonda della miglior squadra possibile, rigorosamente internazionale: Helene (Sienna Miller), Max (Riccardo Scamarcio), Michel (Omar Sy) e David (Sam Keeley). Nel cast, ricco di nomi e volti noti, troviamo anche Daniel Brühl (Tony), Emma Thompson (Dr. Rosshilde), Uma Thurman (Simone), Matthew Rhys (Reece), Alicia Vikander (Anne Marie), Lily James (Sara) e Sarah Greene (Kaitlin).
Il sapore del successo, diretto da John Wells, vanta una sceneggiatura di Steven Knight, e questo è senza dubbio uno dei punti di forza della pellicola, perché se la storia può sembrare a prima vista fin troppo lineare, si rivela in realtà scritta benissimo, dinamica, brillante e ironica, con un giusto mix dei classici elementi tipici del genere quali la passione per il cibo, l’amore, la voglia di riscatto, l’importanza delle seconde occasioni e del gioco di squadra.

La rockstar dei fornelli, sulla scia dei prodotti televisivi contemporanei tipo Masterchef, è indubbiamente Adam Jones, arrogante, ribelle e affascinate, interpretato in maniera convincente da Bradley Cooper col suo volto sornione e irriverente al punto giusto. Bisogna comunque ammettere che la dolcezza e l’impegno di Sienna Miller nel ruolo del suo vice (Helene) erano assolutamente necessari per bilanciare gli equilibri. Del resto i due attori hanno un ottimo feeling, avendo già lavorato insieme in American Sniper di Clint Eastwood.

Cooper e la Miller (presenti in conferenza stampa a Roma insieme al nostro Riccardo Scamarcio) ci hanno raccontato che tutte le varie pietanze che si vedono preparate nelle cucine del ristorante erano realmente realizzate da loro sul set, con l’aiuto naturalmente di cuochi professionisti.  Questa attenzione ai dettagli, al cibo, alla cucina, emerge durante la visione del film, i piatti conquistano con le loro immagini visive e si esce dalla sala con l’acquolina in bocca.

Ma non c’è solo cibo, anche se è l’elemento cardine, c’è la maturazione di un uomo grazie al coraggio di lottare per una seconda occasione, all’amore e al lasciarsi aiutare dalle persone che lo circondano e che hanno fiducia in lui. Il tutto narrato con toni molto ironici, specie nella prima parte, che scorre fluida e divertente, tra simpatiche ed efficaci battute, belle musiche e squarci di Londra che risultano sempre graditi.

Il sapore del successo, al cinema dal 26 novembre, è una commedia gradevole e brillante, adatta ad una serata di relax, impreziosita dall’elemento “cibo” e dal fascino dei protagonisti. 

lunedì 23 novembre 2015

“Hunger Games : Il canto della rivolta – Parte 2”: la conclusione della saga young-adult

di Silvia Sottile

Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 2, diretto da Francis Lawrence,  inizia esattamente là dove era finita la prima parte, riprendendo il terzo ed ultimo libro della saga scritta da Suzanne Collins (a cui i film si sono mantenuti sempre abbastanza fedeli) ambientata in un futuro distopico post-apocalittico.

Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence), la ragazza del distretto 12 che si era offerta come Tributo per i giochi mortali (gli Hunger Games, appunto) di Capitol City per salvare la sorella Prim (Willow Shields) e poi era stata trasformata in uno strumento di propaganda del potere politico detenuto dal presidente Snow (Donald Sutherland) si trova al distretto 13, roccaforte sotterranea e militare dei ribelli. Ma anche la presidente Coin (Julianne Moore), a capo della rivoluzione di Panem, non esita ad usare l’immagine della ragazza, manipolando i media per ottenere ciò che vuole, trasformandola nella Ghiandaia Imitatrice, simbolo della rivolta. Katniss, sempre riluttante e insofferente a questi condizionamenti esterni, prende finalmente consapevolezza di sé e decide di portare avanti i suoi piani accompagnata dai suoi amici più fidati: insieme a Gale (Liam Hemsworth), ormai sempre più in versione soldato, Peeta (Josh Hutcherson), psicologicamente distrutto dal “lavaggio del cervello” operatogli da Snow, con continuo bisogno di aiuto e conferme, Finnick (Sam Claflin), alla troupe televisiva armata e a pochi altri componenti dell’esercito ribelle (la squadra 451) vuole raggiungere Snow ed ucciderlo in una resa dei conti finale, per ciò che ha fatto a lei e ai suoi cari e per costruire un futuro migliore per la nazione. Ci troviamo dunque di fronte ad un vero e proprio film di guerra. I giochi, sebbene letali, sono un lontano ricordo, qui si combatte davvero per la sopravvivenza.

L’azione e l’adrenalina sono garantiti dalle scene mozzafiato all’interno di Capitol City, in cui i nostri eroi, per raggiungere il loro obiettivo, devono sfuggire ai “baccelli” ovvero delle trappole mortali che rendono la città una sorta di arena degli Hunger Games. Tra inseguimenti, fughe e combattimenti corpo a corpo nei sotterranei contro gli “ibridi” (una specie di mutanti), il pathos è assicurato, grazie anche alle immagini dinamiche e agli ottimi effetti speciali. Non mancano (anzi abbondano) i momenti riflessivi, di dubbio, introspezione e dialogo, così come i necessari colpi di scena finali atti a rendere epico il racconto.  

Nel cast d’alto livello, oltre agli attori già citati, troviamo Woody Harrelson (nel ruolo di Haymitch), Elizabeth Banks (Effie), Stanley Tucci (Caesar), Jena Malone (Johanna), Natalie Dormer (Cressida) e il compianto Philip Seymour Hoffman (Plutarch Heavensbee).
Ma la protagonista assoluta è lei, Jennifer Lawrence, che rende credibile Katniss, con la sua innata bravura ed espressività. L’attrice, premio Oscar per Il lato Positivo, è senza dubbio tra le giovani più talentuose del panorama Hollywoodiano. Il suo personaggio rappresenta un’eroina femminista che sacrifica la gloria per inseguire i suoi ideali (rischiando la vita) e si ribella a questa società dell’immagine vittima della manipolazione mediatica di Orwelliana memoria. È evidente il forte messaggio di critica alla propaganda politica contemporanea, messaggio importante per la presa di coscienza dei giovani. Ed è grazie a questo modo di rivolgersi ai giovani che Hunger Games diventa qualcosa di più di una saga post adolescenziale, i cui temi profondi coinvolgono anche il pubblico di ogni generazione.

Ciò che continua purtroppo a non convincere è la decisione, indubbiamente di carattere commerciale, di dividere in due Il canto della rivolta, difatti il film ne risente, seppur in maniera minore rispetto alla prima parte. In particolare il ritmo risulta lento, dando l’impressione di essere allungato e alcuni dialoghi ripetitivi, non necessari. Altra piccola pecca: la fine ci ricorda un po’ troppo Il Signore degli Anelli – Il Ritorno del Re, con più finali consecutivi.
Ma in definitiva, considerata nel suo insieme, la saga risulta perfettamente riuscita e d’alto livello sia tecnico che contenutistico, con una conclusione degna delle epiche vicende narrate. Quest’ultimo capitolo non deluderà le aspettative dei fan.

Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 2 è nelle nostre sale dal 19 novembre.


giovedì 19 novembre 2015

“Mr. Holmes – Il mistero del caso irrisolto”: un anziano Sherlock Holmes alle prese con i ricordi

di Silvia Sottile

Dimenticate Robert Downey Jr. (Sherlock Holmes nella versione cinematografica targata Guy Ritchie) e Benedict Cumberbatch (protagonista della serie televisiva Sherlock). In Mr. Holmes – Il mistero del caso irrisolto, adattamento cinematografico del romanzo A Slight Trick if The Mind di Mitch Cullin, troviamo il famoso investigatore britannico nell’ultima fase della sua vita.

Siamo nel 1947, Sherlock Holmes (Ian McKellen) ha 93 anni, si è da tempo ritirato a vita privata in un confortevole cottage nella campagna del Sussex dove alleva api. A fargli compagnia solo la fidata governante, Mrs. Munro (Laura Linney) e suo figlio, il piccolo Roger (Milo Parker) di 11 anni. A turbare la quiete dell’anziano Holmes sono i ricordi, o meglio i problemi che inizia ad avere con la memoria, dimenticando fatti anche importanti. E allora prova a ricostruire pian piano tutti i dettagli di un caso particolarmente delicato che circa 30 anni prima non era riuscito a risolvere, riguardante una donna, Ann Kelmot (Hattie Morahan). Vuole soprattutto ricordarne il motivo, cosa successe esattamente, principalmente perché proprio a causa di quel fallimento smise con le indagini. Non c’è più il fidato Watson ad aiutarlo e lui non è mai stato bravo nei rapporti umani, eppure stringe una inaspettata e affettuosa amicizia col piccolo Roger, insegnandogli a curare le api. Il bambino lo aiuta sia a scoprire il motivo per cui questi insetti si stanno decimando, sia a far ripartire gli ingranaggi, sempre brillanti, del suo cervello.

Il regista Bill Condon ha fatto la scelta migliore in assoluto affidando la parte del protagonista allo straordinario Sir Ian McKellen, con cui aveva già lavorato in Demoni e Dei (1998) che gli era valso l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Il grande attore britannico, sempre in scena per tutta la durata del film, incanta con la sua bravura donando a Sherlock Holmes il giusto mix di delicatezza, caratteraccio e malinconia. È un piacere vederlo e sentirlo recitare, specie in lingua originale, nonostante quel pizzico di tristezza nel trovare un  personaggio così amato nei suoi ultimi anni di vita a dover fare i conti con l’idea della morte, segno che il coinvolgimento emotivo è al massimo. Importante anche l’amicizia che si viene a creare col piccolo Roger, grazie alla strepitosa freschezza e all’abilità recitativa del giovanissimo Milo Parker, attualmente al cinema con un ruolo da protagonista in Ghosthunters – L’acchiappafantasmi. Completano l’eccellente cast la dolce ed espressiva Laura Linney, Hiroyuki Sanada (uno dei più talentuosi attori giapponesi) e l’attrice teatrale Hattie Morahan, tutti perfettamente credibili e intensi nelle loro interpretazioni.

La pellicola, forse a tratti un po’ lenta, è però deliziosamente inglese. I meravigliosi paesaggi del Sussex, la verde campagna, il cottage, il mare e le bianche scogliere riempiono gli occhi e il cuore accompagnando le emozioni trasmesse dalla storia. C’è sempre molta luce nelle immagini e nel racconto, e bellissime sono le musiche, armoniose, a voler richiamare i suoni provenienti dall’armonica a vetro di Ann Kelmot, la donna del mistero. Ironici, in perfetto stile inglese, i riferimenti ai romanzi e ai vecchi film di Sherlock Holmes, così come i dettagli del cappello e della pipa, che il nostro investigatore giura furono inventati da Watson per romanzare un po’ i racconti. Il doppio registro temporale (presente nel 1947 e passato nel 1919) è ben dosato ed entrambi i periodi storici sono curati nei minimi  dettagli.

Mr. Holmes – Il mistero del caso irrisolto, al cinema dal 19 novembre, coinvolge, emoziona, fa sorridere e commuovere. Da non perdere, soprattutto per godere del talento di Sir Ian McKellen.

mercoledì 18 novembre 2015

“Né Giulietta, né Romeo”: adolescenza e omosessualità

di Silvia Sottile

Per il suo debutto da regista, con Né Giulietta, né Romeo l’attrice Veronica Pivetti sceglie un copione che da un certo punto di vista somiglia fin troppo a Provaci ancora Prof!, la fortunata fiction televisiva che l’ha vista protagonista per ben sei stagioni e che sul piccolo schermo può anche funzionare ma al cinema non convince pienamente.

Rocco (Andrea Amato) ha 16 anni, età molto delicata, ricca di passioni, sogni, voglia di ribellione e sentimenti in subbuglio. Ha genitori separati ma aperti, presenti e all’apparenza progressisti: Olga (Veronica Pivetti) è giornalista mentre Manuele (Corrado Invernizzi) è uno psicanalista di fama nonché impenitente dongiovanni. Quando però Rocco si rende conto di provare sentimenti per un compagno di scuola e rivela alla famiglia la propria omosessualità, arriva l’inevitabile scontro farcito da incomprensioni e pregiudizi omofobi ad evidenziare i limiti del perbenismo di facciata. Rocco decide allora di fuggire con i suoi migliori amici, Maria (Carolina Pavone) e Mauri (Francesco De Miranda), direzione Milano, per partecipare al concerto della rockstar del momento, giovanissima icona gay, di cui è un fan sfegatato. Mentre Manuele è preso dalle sue relazioni sentimentali, Olga parte all’inseguimento del figlio, accompagnata dalla madre, l’anziana, fascista e originale nonna Amanda (Pia Engleberth). I siparietti tra le due sono la parte più divertente della pellicola, che alla fine si risolverà con una prevedibile e scontata maturazione di tutti i protagonisti.

Se la scelta della tematica può rivelarsi interessante, ovvero la probabile e difficile reazione di un genitore comune all’omosessualità del figlio e alle plausibili difficoltà che questa realtà comporta purtroppo ancora oggi, la resa non è altrettanto convincente.

Forse raccontare in chiave di commedia un tema così delicato (da meritare il patrocinio di Amnesty International), non è poi così semplice come sembra e si rischia (cosa che puntualmente accade) di cadere nei luoghi comuni più ovvi. Né Giulietta, né Romeo appare infatti troppo farcito di stereotipi , situazioni decisamente poco credibili, a tratti surreali, che lo rendono più in linea con una serie tv. Anche la sceneggiatura non risulta omogenea, la trama non segue una sua logica e i personaggi avrebbero necessitato di una maggiore sfaccettatura. Quello che manca, soprattutto, è un po’ di spessore: non si va mai in profondità, cosa che in questo contesto sarebbe stata necessaria.  Non tutto è da buttar via: alcuni dialoghi infatti sono brillanti ed emerge la bravura della grande Pia Engleberth, l’unica a farci ridere con la sua simpatica nonna Amanda. 

Né Giulietta, né Romeo, nelle nostre sale dal 19 novembre, è un film che non indaga a fondo nella tematica che promette di affrontare, i potenziali elementi di interesse rimangono spunti appena accennati,  ed emergono tutti i limiti della Pivetti al suo primo tentativo come regista.