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martedì 30 dicembre 2014

"The Imitation Game": il genio e i segreti di Alan Turing

di Emanuela Andreocci
 
A volte sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose a fare cose che nessuno può immaginare.

Inizio scoppiettante per questo 2015: dopo aver presentato Big Eyes e American Sniper, è il turno di The Imitation Game del regista norvegese Morten Tyldum. Protagonista della pellicola è un eccellente Benedict Cumberbatch nei panni di Alan Turing, l'inventore dell'omonima macchina che durante la seconda guerra mondiale si è resa fondamentale per decifrare Enigma, l'apparentemente inviolabile sistema di codici utilizzato dalle forze tedesche, rendendo il suo inventore un eroe di guerra.

Alan Turing, fin da piccolo, si dimostra essere un ragazzino solitario e dagli interessi che è meglio mantenere nascosti: solo grazie all'arte della crittografia, svelata dal suo unico amico Christopher, riuscirà a crearsi un universo a lui confortevole e a portare avanti una relazione altrimenti proibita. . 

Il Turing del 1939 è rimasto misantropo e crescendo, conscio del suo valore, è diventato arrogante e fastidioso, in un modo che solo il pubblico trova fin da subito adorabile, come un moderno ma ben più importante Sheldon Cooper. 
Con caparbia ottiene dal comandante Alastair Denniston (Charles Dance) e da Winston Churchill in persona la possibilità di lavorare al progetto di decifrazione di Enigma con una squadra composta - non per lui! - da eccellenze: Hugh Alexander (Matthew Goode), John Cairncross (Allen Leech), Peter Hilton (Matthew Beard), Furman, Richards - tutti elementi con i quali Turing sarà ben infelice di lavorare - e l'unica sua scelta Joan Clarke (Keira Knightley), vincitrice di una gara di cruciverba cronometrata.

La pellicola - un biopic misto a thriller misto a dramma - alterna passato e presente: la pressione militare che viene affettuata sulla squadra e su una macchina che non funzionando lascia morire centinaia di uomini, la pressione fatta dalla polizia che, a seguito di una segnalazione di furto con scasso, indaga per capire cosa è successo a casa di Turing. Il detective Robert Nock (Rory Kinnear) si appassiona al caso del professore e cerca di scavare nel suo incredibile passato...

Le interpretazioni, in primis di Cumberbatch e della Knightley, sono magistrali e riflettono pienamente il disagio dell'epoca, vissuto da entrambi i personaggi in maniera diversa e per motivi diametralmente opposti che, però, li rendono così vicini e simili, spiriti affini. Turing non è certamente un uomo "normale", ma il mondo è un posto infinitamente migliore proprio perchè lui è così. 

La tensione cresce insieme al movimento dei rotori e le preoccupazioni non svaniscono nel momento in cui Christopher - questo il nome scelto da Alan per la sua invenzione - comincia a funzionare, ma anzi aumentano, così come i nemici: non ci sono solo i tedeschi, ma i propri segreti che prestano il fianco a vergognosi ricatti.

Un film che rende omaggio al genio di un uomo, ma che allo stesso tempo punta il dito sul trattamento a lui - e a tanti altri nella sua stessa condizione - riservato.

Nei nostri cinema dal 1 gennaio. Da non perdere.

lunedì 29 dicembre 2014

"Big Eyes": Tim Burton apre i suoi occhioni al bello e ai colori.

di Emanuela Andreocci

Vuoi per i colori, vuoi per l'aggettivo contenuto nel titolo, vuoi per il fatto che non ci sarebbe dispiaciuto per niente trovare un fratellino a Big Fish, ma prima di accostarci alla visione di Big Eyes di Tim Burton, nelle nostre sale dal 1 gennaio, in qualche modo speravamo di poterlo paragonare al film del 2003. E il desiderio, in parte, si è avverato.
Con questo non intendiamo assolutamente criticare le ambientazioni gotiche e i protagonisti outsider che hanno caratterizzato e fatto la fortuna della maggior parte della filmografia burtoniana - tutt'altro! - ma siamo felici di annunciare che la nuova pellicola del visionario regista piacerà anche ai suoi pochi detrattori, proprio come già successo per lo straordinario film sopra citato.

Big Eyes, forse, è addirittura meno burtoniano di Big Fish: dopo una prima panoramica su una strada che è un tipico omaggio a Burbank e agli scenari di molti suoi film, veniamo catapultati in quello che sembra essere l'ovattato mondo color pastello dei pittori di strada, con tanti sogni nel cassetto ma pochi soldi nel portafoglio. 
 
La vera, incredibile storia è quella di Margaret Keane (Amy Adams), la pittrice dei famosi dipinti con soggetti bambini dai grandi occhi - e per questo soprannominati "occhioni" - che è rimasta a lungo all'ombra del successo del secondo marito Walter Keane (Christoph Waltz), artista di facciata, impostore nell'animo. Vittima anche di una mentalità retrograda, per troppo tempo la donna ha permesso a quello che pensava essere l'uomo della sua vita di prendersi il merito del suo talento, arrivando a dover dipingere di nascosto e anche a mentire a sua figlia.

Tim Burton, si sa, ha una passione sviscerata per le storie dal sapore fantastico, e questa si intona perfettamente alle sue corde: chi, meglio di lui, avrebbe potuto portare sullo schermo un sogno che si trasforma in incubo? 

Per quanto riguarda i protagonisti, non si poteva pensare ad una scelta migliore: la Adams - mai lodata pienamente da chi scrive - è assolutamente credibile nei panni della donna che cerca l'emancipazione e che fugge da realtà che le stanno troppo strette, Waltz è l'adorabile mascalzone con picchi di cattiveria gratuita - dettata da un ego troppo grande da contenere - a cui Burton regala un'ipotetica standing ovation del pubblico per il suo "assolo" durante la scena del processo. 

Anche le ambientazioni e i personaggi di contorno sono estremamente precisi e caratterizzati alla perfezione, grazie anche al sapiente aiuto dei due fidi collaboratori di Burton: lo scenografo Rick Heinrichs e la costumista Colleen Atwood. 
Lo "hungry i" di Enrico Banducci (Jon Polito) era uno dei locali più trendy della West Coast ed è lì che il giornalista Dick Nolan (Danny Huston), assistendo ad una lite tra il pittore ed il proprietario, propone a Keane un articolo che darà fama e risalto ad entrambi; Dee-Ann (Krysten Ritter) è l'amica anticonformista di Margaret ed allo stesso tempo il suo poco ascoltato Grillo Parlante; il gallerista Ruben (Jason Schwartzman) è colui che, dopo aver rifiutato di comprare i loro quadri, assiste alla loro incredibile ascesa rodendosi il fegato per non esser salito sul carro dei vincitori quando ne aveva avuto la possibilità.
 
E poi c'è la forza di tutti gli occhioni mostrati, numerosi e magnetici: mentre essi fissano lo spettatore, questi non può che ricambiare lo sguardo con la stessa intensità.

"American Sniper": Clint Eastwood, come Chris Kyle, non sbaglia un colpo.

di Emanuela Andreocci

Clint Eastwood, Bradley Cooper e Sienna Miller portano sul grande schermo la toccante e vera storia di Chris Kyle, il cecchino degli U.S. Navy SEAL divenuto leggenda per la sua mira infallibile che gli ha permesso di salvare innumerevoli vite. American Sniper, tratto dall'omonima autobiografia scritta da Kyle in persona insieme a Scott McEwan, racconta il coraggio, l'orgoglio e la dedizione di un giovane ragazzo di sani principi (Dio, Patria, Famiglia) e dalla chiara visione di come va il mondo: esistono le pecore, i predatori e i cani da pastore, che proteggono chi amano. Quest'ultima è sicuramente la sua strada: il fu cowboy texano decide di mettere la sua vita e le sue doti al servizio degli Stati Uniti d'America, fiaccati prima da vari attentati in alcune sede diplomatiche e poi colpiti al cuore con l'attacco alle Torri Gemelle. Dopo un durissimo allenamento avrà l'onore di entrare nelle Forze per Operazioni Speciali della Marina in missione in Iraq e gli sarà affidato il compito che porterà avanti per tutta la vita: proteggere i suoi commilitoni - che diverranno suoi fratelli - e guardare le spalle ai Marines di terra. In poche parole: uccidere il nemico prima che avvenga il contrario.

Chris Kyle, però, non è solo la Leggenda, ma è anche un marito e padre di famiglia: come si può coniugare una vita privata alternandola con quattro missioni tra orrori e barbarie? Si può essere un cecchino freddo e razionale sul campo di battaglia e poi tornare ad abbracciare i propri cari con lo stesso cuore con cui si è partiti?

Bradley Cooper, a detta di tutti coloro che hanno avuto modo di conoscere Kyle, si è dedicato totalmente al suo compito e, onorato di poter interpretare un personaggio così positivo e complesso, ha cercato di ricordarlo in tutto: voce, movimenti, respiro, fisicità. 

Clint Eastwood si dedica al nuovo selvaggio western del medio oriente e, nell'attimo che precede uno sparo, riesce a farci conoscere il protagonista, ripercorre il suo passato e lo colloca nel preciso posto e momento in cui deve trovarsi, dando vita ad un ritratto emozionante e commovente. Con abilità racconta le due facce della stessa medaglia: la guerra, gli allenamenti, le armi, la preparazione al colpo sono trasportati sullo schermo con dovizia di particolari ed estremo realismo, ma allo stesso tempo scandaglia l'animo umano di Kyle, soldato e uomo, sia durante la sua permanenza in Iraq, sia e, soprattutto, a casa, quando è tormentato dai rumori, dagli spostamenti impercettibili, dalle notizie in televisione. La sua unica possibilità di ritrovare la via del ritorno è ascoltare la voce della moglie che, grazie anche ai telefoni satellitari, è l'unica costante positiva in uno scenario di odio e violenza in cui viene addirittura messa una taglia sulla sua vita. Il cecchino diviene quindi bersaglio di un suo "collega" siriano, ex olimpionico e alleato con gli insorti, che lo segue in silenzio, proprio come un sordo tormento interiore.

American sniper rende omaggio a tutti i militari che hanno combattuto per una giusta causa, a quelli che sono morti inseguendo un ideale e a coloro che hanno fatto ritorno a casa ma che solo con difficoltà e impegno sono (forse) tornati alla serenità di una vita normale. 
Una pellicola da vedere tutta d'un fiato, senza far rumore.

Dal 1 gennaio al cinema.









sabato 27 dicembre 2014

"Gone Girl - L'amore bugiardo": chi sono i coniugi Dunne?

di Emanuela Andreocci

Avevamo grandi, grandissime aspettative per Gone Girl, il nuovo film di David Fincher tratto dall'omonimo bestseller di Gillian Flynn in arrivo nelle nostre sale il 18 dicembre, e ci dispiace veramente troppo non lodare come speravamo l'ultima opera del regista di Seven, ma dobbiamo pagare lo scotto e fare i conti con quanto visto, oltre che con quanto letto al riguardo. 
Intendiamoci: il film di Fincher è tecnicamente perfetto, le linee narrative, anzi, la linea narrativa, è portata avanti con estrema intelligenza e originalità, e la storia intriga fin da subito: cosa sarà successo il 5 luglio, QUEL mattino? 

Rosamund Pike è perfetta nel ruolo di Amy, moglie adorabile e incompresa ma prima ancora mitica protagonista di racconti per bambini nata dalla penna dei suoi genitori; Ben Affleck, invece, veste con mestizia i panni del poco raccomandabile marito Nick Dunne, fedifrago e violento. Inizialmente tra i due il rapporto è idilliaco, poi, però, con il trasferimento nel Missouri, cominciano i problemi finanziari e di rapporto, tutti rigorosamente annotati nel diario della giovane e tormentata donna che, improvvisamente, sparisce. La scena del crimine parla chiaro: omicidio. Ma il corpo non si trova. Si trovano, invece, tanti indizi che, come in una macabra e perversa caccia al tesoro, si incastrano perfettamente tra di loro e, a loro volta, incastrano Nick, che continua a professarsi innocente. I giorni passano ed il caso guadagna sempre più l'attenzione di popolazione e media: Nick è il marito ingrato che ha brutalmente assassinato la moglie il giorno del loro quinto anniversario di matrimonio e che sorride alle telecamere, Amy è la vittima sacrificale pura e innocente, che la morte ha reso perfetta e irraggiungibile proprio come il suo alterego dei romanzi.

Quello che del film cattura fin da subito è l'indecifrabilità dei caratteri, l'imperscrutabilità della psiche dei due protagonisti: quel che vediamo è realmente accaduto? Il caso sembra chiaro, ma per forza di cose, lo spettatore sa che non può essere tutto come sembra. Stabilito che c'è altro oltre le apparenze, la difficoltà sta dunque nel capire esattamente cosa. Fincher, in questo, è assolutamente abilissimo: scandisce con estrema sapienza tempi, avvenimenti e punti di vista.

Perchè, quindi, non gridare al capolavoro? Perchè - ed ecco che subentra la soggettività di chi scrive e, probabilmente, anche i suoi limiti - la conclusione non è all'altezza del film, narrativamente parlando: messa in scena nell'unico modo possibile, ma non esaustiva. Senza spoilerare, ovviamente, possiamo dire con grande onestà che il finale svilisce tutto il percorso e la fatica fatti per arrivarci. Il problema e il relativo fastidio provato non sono di ordine morale, come molti potrebbero pensare, ma di credibilità. Un finale può compromettere tutto un film? A nostro avviso, purtroppo, sì.  


domenica 14 dicembre 2014

"Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate": il grande commiato

di Emanuela Andreocci


Difficile, difficilissimo cercare di rendere a parole la potenza visiva e l'emozione tangibile che Jackson regala allo spettatore con Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate, il capitolo finale della trilogia tratta dall'omonimo romanzo di J. R. R. Tolkien nei nostri cinema dal 17 dicembre. 

Come Il Ritorno del Re ha rappresentato il punto più alto dell'amata trilogia de Il signore degli Anelli (conferendo al filmmaker l'Oscar nel 2004 per il miglior film, miglior regista e miglior sceneggiatura non originale, per un totale di 11 statuette conquistate dalla pellicola) e ha portato sul grande schermo una battaglia di dimensioni epiche che resterà nella storia della cinematografia mondiale, con la conclusione de Lo Hobbit succede esattamente lo stesso. Peccato però - meglio, in realtà! - che i tempi siano cambiati: sono passati ben 10 anni e a livello tecnico si sentono tutti. 
Quello che prima si poteva solo vedere adesso si percepisce, si sfiora, è a portata di mano: lo spettatore è costretto a fuggire dall'ultimo attacco di Smaug e si ritrova schierato nell'esercito di elfi tra lance e corazze scintillanti d'oro, affronta creature mostruose che ormai conosce e diventa padrone di un tesoro smisurato.

L'inizio roboante riporta subito la mente al finale de La desolazione di Smaug: il drago (con la voce di Benedict Cumberbatch nella versione originale) è libero e pronto ad attaccare con tutta la sua potenza Pontelagolungo, la cui unica speranza è Bard l'Arciere (Luke Evans). 
Nel frattempo Gandalf (Ian McKellen) rischia la vita, vittima di una trappola di Sauron, e Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage) viene contagiato dalla malattia del drago con cui aveva dovuto fare i conti già suo nonno: l'oro e l'Arkengemma valgono più dell'onore e delle amicizie? Riuscirà il mastro scassinatore Bilbo Baggins (Martin Freeman) a far rinsavire il suo amico? Il tesoro e la posizione privilegiata della montagna fanno gola a tutti: sia uomini che elfi reclamano la propria parte, ma quello che i "buoni", impegnati nelle loro trattative, non sanno, è che Sauron e i suoi eserciti di Orchi e Mannari sono pronti ad attaccare... Tutto il resto è battaglia, azione, scenari da capogiro e combattimenti mozzafiato.

Nel cast corale di altissimo livello di un film che ha tutto il sapore di un addio, ritroviamo attori i cui personaggi sono diventati ormai iconici, leggendari: oltre ai protagonisti già citati, ritroviamo anche Christopher Lee come Saruman, Evangeline Lilly nei panni di Tauriel, Lee Pace in quelli di Thranduil, re degli Elfi, Orlando Bloom nel ruolo ormai immortale di Legolas e Cate Blanchett in quello dell'eterea e potente Galadriel.

Impossibile non emozionarsi davanti ad un'opera che colpisce a trecentosessanta gradi, un'opera sinestetica che scuote visceralmente, un'opera la cui potenza è data dalla storia (e dalla sceneggiatura), ma è resa memorabile da una messa in scena perfetta che merita, ed esige, la visione in 3D. 

L'ultimo viaggio nella terra di mezzo sarà indimenticabile.


  

sabato 13 dicembre 2014

"Big Hero 6": il Natale rassicurante, coccoloso e ipertecnologico della Disney

di Emanuela Andreocci

Il Natale di casa Disney è rassicurante e coccoloso, proprio come Baymax, compagno di avventure di Hiro, il geniale quattordicenne prodigio della robotica protagonista della nuova pellicola. 
Attenzione, però! Dimentichiamoci principi in calzamaglia e donzelle da salvare, regni magici e incantesimi; "Big Hero 6", nei nostri cinema dal 18 dicembre, è ispirato all'omonimo fumetto Marvel e rende uno strabiliante omaggio al mondo di Stan Lee e ai suoi protagonisti pur mantenendo la dolcezza e i sentimenti tipicamente disneyani.

Tadashi, più grande di Hiro, con il sempre efficace espediente della psicologia inversa, riesce a far cambiare idea al suo fratellino: apparentemente interessato solo ai combattimenti clandestini tra robot e non allo studio, ha un'illuminazione non appena si accorge di quanto accade al San Fransokyo Tech, conosce meglio i colleghi/amici di Tadashi ed il professore che ha ideato i meccanismi che permettono ai suoi piccoli robot di vincere sempre. 
Infine incontra Baymax, l'operatore sanitario personale creato da Tadashi: un robot gonfiabile dall'aspetto di un gigantesco marshmallow il cui unico compito è confortare e curare le persone nei momenti di dolore. Lo spettatore lo trova adorabile da subito, lo trova simpatico ed estremamente espressivo nonostante sia una montagna bianca con solo due occhietti neri e neanche una bocca. Merito, questo, della voce affidabile di Flavio Insinna per la versione italiana, ma soprattutto del grande lavoro, prima di ricerca e poi di realizzazione, compiuto dal fantastico reparto d'animazione con a capo Zach Parrish che ha dichiarato: “Abbiamo studiato veri robot, robot cinematografici, ma anche cose carine come i bambini con il pannolino e i koala. Alla fine abbiamo optato per i cuccioli di pinguino, perché hanno delle proporzioni simili – torso lungo e gambe corte – e non usano le ali quando camminano. I robot muovono solo ciò che serve. I pinguini muovono anche la testa in un modo curioso, spingendo il collo in avanti, e questo gli dà un sacco di personalità”.

Ma - c'è sempre un ma - non tutto va come previsto, si presenta un incidente che sconvolge completamente la vita di Hiro e, di conseguenza, anche quella di Baymax. Per far luce su un losco mistero non si può più essere rassicuranti e coccolosi, ma ben addestrati e pronti al più duro dei combattimenti: basta qualche upgrade ed ecco che si forma la squadra dei Big Hero 6 a cui prendono parte, ovviamente, anche Fred, Go Go Tomago, Honey Lemon e Wasabi, gli amici nerd di Tadashi. 
Arriva, quindi, il momento preciso in cui si concretizza in maniera mirabile il connubio tra il mondo Disney e l'universo Marvel.
Il morbido vinile di Baymax viene protetto e contenuto - a fatica! - da una scintillante e sofisticata armatura, si succedono inseguimenti e combattimenti via terra e aria come nel più roboante film d'azione, con una città da sfondo che già di per sè è tutta un programma: San Fransokyo, geniale già nel nome, è l'emblema di una fusione sia concettuale che visiva di altissimo spessore, resa con una tale dovizia di particolari che faranno credere allo spettatore di esserci realmente stato. Peccato solo non poter uscire dalla sala con Baymax! 

Una storia ipertecnologica di amicizia e buoni sentimenti che farà divertire ed emozionare grandi e piccini.

mercoledì 3 dicembre 2014

"Magic in the Moonlight":il dolce inganno di Woody Allen

di Emanuela Andreocci

Quale strumento migliore del caro e vecchio cinematografo per raccontare l'affascinante mondo dell'illusione, con tutti i suoi pregi e difetti e i relativi sostenitori e detrattori? E' meglio cedere al fascino dell'illusione, credere che il treno stia realmente entrando nella stazione de La Ciotat, o rimanere impassibili difronte a quello che si sa essere solo un mero spettacolo, frutto dell'estro e della scaltrezza di un geniale impostore? Magic in the Moonlight, il nuovo film di Woody Allen in arrivo nelle nostre sale domani 4 dicembre, racconta la storia del grande prestigiatore Wei Ling Soo (pseudonimo e maschera di Stanley Crawford - Colin Firth) che viene chiamato dal suo amico e collega Howard Burkan (Simon McBurney) a passare qualche giorno in Costa Azzurra in compagnia della famiglia Catledge per smascherare Sophie Baker, un'apparentemente inattaccabile medium interpretata da Emma Stone. 

Se lo spettatore più sensibile non può non rimanere affascinato dall'aspetto fresco e ingenuo della ragazza, lo stesso non vale per il protagonista, unicamente attento a coglierla in fallo fin dal primo incontro. Ma se i movimenti e gli atteggiamenti della donna sono quelli di una veggente da quattro soldi, le sue parole colpiscono sempre il bersaglio. Possibile che sia reale? Può esistere veramente qualcosa che superi l'intelligenza umana e che non sia spiegabile con la scienza? Come prevede il più classico dei cliché, ovviamente, il rapporto tra i due inizia a consolidarsi e mentre la loro conoscenza si rafforza, le convinzioni del rigido Crawford cominciano a vacillare. 

Gran parte della pellicola si basa proprio sull'amabile (o detestabile, questioni di punti di vista!) protagonista, "un genio col fascino di un'epidemia di tifo" assolutamente agli antipodi rispetto a Brice (Hamish Linklater), il dolce e benestante spasimante di Sophie, tutto occhi a cuoricino e serenate. Asociale, logorroico, inopportuno: Colin Firth interpreta l'ospite che nessuno vorrebbe mai ritrovarsi in casa. Allo stesso tempo, però, è intelligente, a volte addirittura divertente, sicuramente molto, ma veramente molto, charmant. Insomma, l'uomo che ogni donna desidererebbe al suo fianco.

Al film si può, forse,  rimproverare di essere leggermente lento in apertura: dopo lo stupore iniziale dato dallo spettacolo di Wei Ling Soo, l'arrivo in Riviera e i primi approcci con la mistificatrice fanno bramare subito dell'altro, lo spettatore vuole passare all'azione. Ma basta veramente un attimo per innamorarsi del protagonista, dell'ambiente e di un tempo magico (il Sud della Francia negli anni '20), dei fedeli costumi e della squisita zia Vanessa (Eileen Atkins) con cui il protagonista ha un rapporto adorabile. E poi ci sono i dialoghi, costruiti con mirabile sapienza, puntali e precisi, con dei tempi comici perfetti e argute battute. E così compare anche il marchio del regista: scene molto lunghe e verbose, con fermi e movimenti di macchina.

Lo spettatore, affascinato, assiste alla proiezione con un sorriso costante impresso sul volto, si affeziona al protagonista e arriva a pregare con lui nell'unico momento serio che la pellicola si concede. E poi, ovviamente, torna a sorridere e a farsi incantare.    

mercoledì 26 novembre 2014

"I Pinguini di Madagascar": la maledizione del marketing

di Roberto Caravello

Distribuito dalla Dreamworks, arriverà nelle nostre sale il 27 novembre  I Pinguini di Madagascar, l’atteso spin-off sugli amatissimi animali “carini e coccolosi”,  per la regia di Eric Darnell (creatore dell’omonima serie animata sui Pinguini, co-regista di tutta la serie di Madagascar e anche dell’interessante Z la formica) e Simon J. Smith (regista del pessimo Shrek 4D e del peggiore Bee Movie).

La storia, inizialmente, ingrana bene: troviamo sulla bianca banchisa artica Skipper, Kowalski e Rico che, ancora cuccioli, rischiano le piume per salvare un uovo (che si scoprirà essere il piccolo Soldato) scivolato via dalla colonia. Una volta lontani dal gruppo, i nostri decidono di darsi all’avventura e al pericolo per tutta la vita. Successivamente, con un balzo molto in avanti, veniamo trasportati proprio alla fine dell’ultimo Madagascar e tutto si complica: durante una delle loro scorribande, infatti, gli intrepidi protagonisti vengono rapiti da un polipo malvagio di nome Dave (chiamato nei modi più strani da Skipper, incapace di ricordane il nome). Il tentacolato antagonista vuole vendicarsi di loro e dell’intera specie dei pinguini: gli animali in smoking , infatti, da sempre sono stati la causa della sua cacciata dagli zoo di tutto mondo perché lo adombravano con la loro “carineria”. I Pinguini, però, riescono a scappare e vengono salvati dall’improvvisa apparizione di 4 agenti segreti del Vento del Nord (una specie di MI6 con la tecnologia dei MIB) proprio sulle tracce di Dave.

Da qui in poi (questi sono soltanto i primi 20 minuti della pellicola!) la trama diventa un susseguirsi di azione e siparietti comici senza pietà: si esce dalla sala frastornati dalla miriade di scene, poco utili e poco chiare. Persino lo svolgimento e la soluzione finale sono di difficile comprensione e poco interessanti, sembra che tutto sia stato scritto in fretta e sotto stress! La consequenzialità logica della vicenda va praticamente a farsi benedire a vantaggio delle scene comiche, che però non arrivano al pubblico quanto dovrebbero.
Le battute, infatti, risultano troppo semplici, quasi stupide, e le trovate divertenti che avevano caratterizzato i pinguini negli altri film, come i piani allucinati di Skipper o le invenzioni strampalate di Kowalski o i ka-boom di Rico (qui non pervenuto), sono i grandi assenti ingiustificati di questo blockbuster. Per di più anche il protagonismo di Soldato (che ad ogni occasione buona cerca di dimostrare ai suoi compagni di non essere soltanto "carino e coccoloso") non è ben sfruttato e la parabola del suo personaggio risulta banale e troppo prevedibile.

Questi ultimi Skipper, Kowalski, Rico e Soldato sembrano, quindi, quasi la caricatura dei veri Pinguini di Madagascar che le vecchie pellicole ci hanno insegnato ad amare: da parentesi comiche efficaci e puntuali inserite nella narrazione principale, sono diventati protagonisti insulsi e prevedibili, senza brio e senza mordente.

Novantadue minuti di risolini a denti stretti e imbarazzo. Niente applausi.

giovedì 13 novembre 2014

"Lo sciacallo" e la morte in-diretta

di Emanuela Andreocci

Esce oggi nelle sale italiane Lo sciacallo di Dan Gillroy, pellicola che vede come protagonista assoluto Jake Gyllenhaall nei panni di Lou Bloom, un logorroico psicopatico travestito da innocente ragazzo volenteroso e scaltro.
Il regista e sceneggiatore, per la prima volta dietro la macchina da presa per un film sul grande schermo, di certo sa non solo come utilizzarla al meglio, ma addirittura come riuscire ad enfatizzarne l'uso e le possibilità tanto da costruirci sopra un intero film. 

Protagonista, lo abbiamo già detto, è Jake Gyllenhaall: a 13 anni di distanza da Donnie Darko, l'attore ha dimostrato di avere talento e versatilità che, uniti ad una fisicità decisamente interessante ma allo stesso tempo alquanto particolare, gli hanno permesso di cimentarsi nei generi più disparati senza deludere le aspettative. 

I suoi occhioni da giovane in cerca di lavoro e le sue argomentazioni intelligenti si trasformano in breve tempo: lo sguardo diventa inquietante, le parole oppressive, esagerate, minatorie. Dall'arte della contrattazione passa velocemente a quella del ricatto, ed il gioco funziona e può andare avanti solo finché è lui a dettarne le regole. 
Lo spettatore assiste inerme ed inquieto, così come i suoi compagni di viaggio. Una telecamera, uno scanner radio e la folle incoscienza della mente criminale, infatti, bastano per trasformarlo velocemente nello sciacallo del titolo: arriva prima degli altri colleghi, anche del veterano Joe Loder (Bill Paxton), è sempre in prima linea ed il più vicino all' "oggetto" del servizio. Un simile "talento" trova immediato riscontro in Nina (Rene Russo), che oltre ad offrirgli lavoro e proficue ricompense alimenta il suo già insano ego, e spazio di sopraffazione sull'innocente Rick (Riz Ahmed), una marionetta al suo servizio. 

La morte fa audience: che sia in diretta, indiretta, accidentale o causata, poco importa. L'importante è che ci sia sangue, e che venga trasmesso la mattina presto. Spiega Gillroy: "I telegiornali delle TV locali si approfittano delle persone instillando un senso pervasivo di pericolo”. Questo è quello che muove il film, questo quello che muove Lou Bloom e la sua brama di successo e potere. 

Dal trailer ci si aspettava un film più d'azione, un thriller veloce dalle caratteristiche più familiari e comuni, invece Lo sciacallo spiazza completamente lo spettatore che si trova davanti ad un film che è tutto e niente: inseguimenti e il montaggio televisivo concitato vanno di pari passo con primi piani introspettivi e sequenze più riflessive, l'ansia e la tensione vanno a braccetto con l'ironia e, in alcuni casi, i sorrisi suscitati dai dialoghi paradossali, a tratti non sense. 

Difficile, anzi difficilissimo, stilare un giudizio sul film, Possiamo, però, esser certi su alcuni punti fondamentali: l'originalità del soggetto e dei dialoghi e l'interpretazione veramente notevole del protagonista maschile sono sicuramente dei punti di forza da non sottovalutare.
Di sicuro merita di esser visto.

mercoledì 12 novembre 2014

"Due giorni e una notte", l’arte del realismo.

di Roberto Caravello


Jean-Pierre e Luc Dardenne firmano la sceneggiatura e la regia di questa pellicola presentata in concorso al 67° Festival di Cannes, dove i due fratelli registi sono di casa: pensiamo infatti a Rosetta, altro film sul tema del lavoro e della pressione sociale, che ha ricevuto la Palma d’oro nell’ormai lontano 1999, e a Il ragazzo con la bicicletta del 2011 premiato col Gran Prix speciale della giuria. La nuova prova cinematografica dei Dardenne non è da meno delle precedenti, anche se ha avuto minor fortuna.

Sandra, moglie di Manu e madre di due figli, rischia di perdere il lavoro dopo essere stata in malattia alcuni mesi causa depressione. Quando, però, parzialmente guarita torna in fabbrica, il suo capo comunica agli altri sedici dipendenti che per poter mantenere il suo stipendio dovrà sospendere a tutti il bonus annuale di mille euro. Viene indetta così una votazione per decidere del destino di Sandra, che avrà a disposizione due giorni per incontrare ad uno ad uno tutti i suoi colleghi e convincerli a rinunciare al bonus per lei.

Questa, in poche parole, è la sinossi di un film davvero sorprendente, che con un inizio un po’ lento e in sordina, riesce pian piano a meritarsi  tutta l’attenzione di cui il pubblico può essere capace.
I registi, aiutati dai due protagonisti Marion Cotillard e Fabrizio Rongione (quest’ultimo presente nella maggior parte dei film dei Dardenne da Rosetta in poi), riescono con semplicità a raccontarci la vita vera, fatta di fragilità inspiegabili (i pianti continui di Sandra), di altrettante ingiustizie e di grazie inattese. Convincente anche il rapporto fra marito e moglie che è tacitamente messo a tema per tutta la pellicola con grande delicatezza e sincerità: ci mostra cosa voglia dire sostenersi a vicenda nel mondo di tutti i giorni, senza però risparmiarsi la verità e la durezza di ciò che ci circonda (e di noi stessi).

La grande sensibilità dei fratelli Dardenne, grazie anche all’occhio fresco e luminoso della fotografia, permette di condurre senza sbavature un plot tutto sommato semplice, quasi scarno, e a tratti davvero lento, senza però annoiare e facendoci sorridere anche delle nostre insicurezze (persino della depressione).

Dal 13 novembre nei cinema di Roma e Milano, dal 20 in tutte le altre sale italiane,

mercoledì 29 ottobre 2014

"Una folle passione", perversione di un amore.

di Roberto Caravello

Susanne Bier, elevata agli altari degli Academy Award nel 2011 con In un mondo migliore, ci porta con sé nel cuore della Grande Depressione americana e ci lascia soli in un avamposto di taglialegna sperduto nelle Smoky Mountains , tra il Tennessee e il North Carolina.
Grazie al gusto straordinario di Morten Søborg, direttore della fotografia di molte opere della stessa regista ma anche di pellicole come l’allucinante Valhalla Rising, e a un uso della scenografia e dei costumi da vero e proprio colossal, Una folle passione può tranquillamente essere incluso tra i migliori film delle ultime stagioni cinematografiche.

Sul finire degli anni ’20 George Pemberton, piccolo magnate del legname, sposa la bellissima Serena, figlia di un altro magnate ormai defunto, dotata di una grande forza di volontà e un’intelligenza finissima e insieme mettono su il loro piccolo impero finanziario. La loro intensissima storia d’amore, che inizialmente non viene scalfita né dai forti problemi economici in cui versa l’azienda né dalla presenza di un socio d’affari, Buchanan, sospettoso e geloso, si incrinerà irrimediabilmente quando Serena per soccorrere al galoppo un uomo ferito, perderà il bambino che porta in grembo e la possibilità di averne degli altri. Da questo punto in poi tutto nella vita dei due degenera in una spirale di perversione e violenza inarrestabile che esplode definitivamente quando Serena scopre il passato oscuro del marito.

Il film dipinge un affresco molto realistico del male di cui l’uomo è capace.
Il male che viene raccontato è un male vero, sincero e terribile. La regista riesce a trarre da Jennifer Lawrence, Bradley Cooper e dagli altri interpreti una profondità psicologica naturale e ben tratteggiata, davvero umana. Non esiste un cattivo puro, il male assoluto. Come i dannati dell’inferno dantesco anche nelle montagne del North Carolina si pecca per perversione di un amore. È per amore che Serena decide di compiere le peggiori nefandezze, per amore di George e di se stessa. È per amore di Serena che George si lascia trascinare da questa novella Medea nella follia dell’omicidio.
La performance attoriale dei protagonisti corona il realismo di cui produzione e regia sono stati capaci. La coppia Lawrence-Cooper funziona meravigliosamente e grazie alle loro abilità camaleontiche ci fanno dimenticare della loro ultima apparizione insieme ne Il lato positivo, dove avevano fatto scintille (da Oscar per Jennifer), e ci rendono a viso aperto il “mondo interiore” dei loro personaggi.



La pellicola offre tantissimi spunti di riflessione sulla natura del male e dell’amore, della passione e del possesso, ma sono riflessioni da fare insieme alla fine della proiezione… Bisogna andare a vedere questo capolavoro!

Dal 30 ottobre nei cinema.

mercoledì 15 ottobre 2014

"La moglie del cuoco": l'arte di intrattenere

di Roberto Caravello

Il primo scopo di una narrazione è intrattenere un pubblico, sia esso un lettore, un ascoltatore o uno spettatore. Dai “racconti intorno al fuoco” alla Divina Commedia la cifra originaria di una narrazione è l’intrattenimento. Prima ancora che farti riflettere o insegnarti qualcosa, un buon racconto ti intrattiene (dal latino tenere intra, vale a dire “far sì che il pubblico rimanga dentro il teatro/cinema per tutto lo spettacolo”). Su questo intrattenere, però, conviene fermarsi a fare chiarezza: il semplice “raccontar bene una storia” non è un valore. Un'opera, infatti, per essere definita tale, non può limitarsi solo a raccontare: deve rimandare ad altro da se stessa, non deve essere autoreferenziale, altrimenti sarebbe solo un prodotto commerciale. Questa differenza fra opera d’arte (che non sia necessariamente un capolavoro!) e prodotto commerciale si può osservare molto bene nel mondo del cinema. 

Queste premesse sono utili per esprimere il dubbio che La moglie del cuoco di Anne Le Ny (Yvonne in Quasi amici e regista di alcuni film mai arrivati in Italia ma di gran successo in Francia) lascia alla fine della proiezione. La pellicola non è un capolavoro ma non si può propriamente definirla appena un prodotto commerciale.

La trama ha la classicissima struttura della commedia romantica con tanto di triangolo amoroso ed equivoci alla maniera di Plauto.
Marithé/Karin Viard, vincitrice di due premi César e ottima attrice, che di mestiere aiuta le persone a scoprire la propria vocazione lavorativa, conosce sul lavoro Carole/Emmanuelle Devos, anche lei doppio premio César e amatissima dai francesi, la quale vorrebbe trovare la sua vera attitudine lavorativa. Carole però non è una disoccupata ma anzi gestisce uno dei migliori ristoranti di Francia insieme al marito e chef Sam/Roschdy Zem, premio miglior interpretazione a Cannes nel 2006 per il suo ruolo in Indigènes di Rachid Bouchareb e noto al pubblico internazionale per film come London River e La fredda luce del giorno. Essere sposata ad un grande chef come Sam è frustrante per la frivola Carole, che si sente costantemente adombrata dallo charme del marito e per questo motivo da anni intrattiene delle relazioni extraconiugali con alcuni uomini. All’iniziale difficoltà di Marithé nel trovare una nuova sistemazione lavorativa a una donna così superficiale e candidamente snob (il sistema computerizzato propone inizialmente “falconiera”) si aggiunge anche l’infatuazione che comincerà a provare proprio per Sam, conosciuto casualmente il giorno stesso in cui incontra Carole. 
La storia, come accennato, è un succedersi di equivoci e situazioni esilaranti (si ride, o almeno sorride, per tutto il film), ma non assistiamo ad un vero e proprio sviluppo. Tutto ruota attorno a questo triangolo amoroso e la conclusione (tranquilli: niente spoiler!) è abbastanza scontata. I personaggi fanno un percorso minimo e non necessariamente positivo, ciò che evolve sono soltanto le circostanze.

Così esposto La moglie del cuoco non è certo un’opera d’arte, starete pensando. Forse.
In un certo senso, infatti, il film funziona. Fa ridere senza essere volgare, cosa rarissima, e i personaggi sono presentati molto bene, con una tecnica naturalistica che ci permette di capirne la psicologia senza forzature o didascalie. Ad un primo sguardo sembra che la regista Le Ny non voglia farci riflettere su qualcosa in particolare ma divertirci con non troppa leggerezza e certamente in serenità. Eppure è proprio in questa “non troppa leggerezza” che si può trovare il valore del film. Come la stessa Carole, la pellicola esprime un’inconsistenza consapevole, cioè dice da sé di essere frivola e un po’ inutile, un insieme di buone maniere e frasi di circostanza, il tutto buttato giù con calcolata innocenza, eppure sui protagonisti aleggia una lieve malinconia. Non sappiamo se questa sfuggente amarezza sia stata pensata e calcolata però traspare da ogni fotogramma. Dalle mani della Le Ny la vita ne esce ironica, pirandellianamente umoristica. La regista non vuole darci un giudizio di valore sull’adulterio, la disoccupazione, il matrimonio o altro, ma dirci con molto realismo e semplicità che il proprio posto nel mondo è fondamentale per ciascuno.
Peccato che alla fine sembra che i suoi personaggi si accontentino semplicemente dei loro desideri, sicuramente di quelli più banali.
Sorprende trovare questa serietà in una semplice commedia romantica come La moglie del cuoco, un film senza troppe pretese ma certamente migliore della maggior parte delle pellicole nostrane.

Touché France!

Dal 16 ottobre nei cinema.

giovedì 25 settembre 2014

"Posh" - Storie di ordinaria ingiustizia

di Luca Cardarelli

Ci sono film destinati ad essere dimenticati, e poi ci sono film che invece, sin dal primo fotogramma, sono destinati a rimanerti impressi nell'anima e nel cervello come il marchio a fuoco che si pratica sui cavalli. Posh, l'adattamento cinematografico della Piece teatrale di Laura Wade, diretto dalla cineasta danese Lone Scherfig (An Education) è uno dei film appartenenti alla seconda categoria. 

Un gruppo di ragazzi provenienti da famiglie "bene", o addirittura di "alto lignaggio", studenti della più prestigiosa Università del mondo, Oxford, si radunano in un club che non è la classica confraternita che siamo stati abituati a vedere nei "College movies" americani come Animal House o il recentissimo Bad Neighbors. Qui si tratta di una vera e propria Lobby, quasi una setta segreta, i cui appartenenti si distinguono per meriti sia scolastici che di estrazione sociale: il Riot Club, fondato sulla fine diciottesimo secolo da Lord Riot (nomen omen, è proprio il caso di sottolinearlo). Regole del Riot Club: non parlarne con chi non può e non deve farne parte; drogarsi e ubriacarsi fino, quasi, alla morte. Sesso selvaggio e promiscuo. Caciara. Zero rispetto per il ceto popolare medio. E' così che va. E' cosi che si deve fare. E' il Riot Club, bellezza. 
Protetti dall'aura impenetrabile del loro storico club i 10 ragazzotti di buona, buonissima famiglia ne combinano di ogni, fino ad arrivare al punto di non ritorno: la cena che inaugura il nuovo anno accademico. 8 membri storici e 2 "novellini" in un modesto risto-pub della campagna inglese (perchè banditi in tutti gli altri posti più vicini ad Oxford) il cui proprietario fa di tutto per soddisfare le loro bizzarre richieste. Ed è qui che assistiamo ad una delle più brutali scene di violenza "da branco" sin dai tempi, forse, di Arancia Meccanica nella visita che i Drughi fanno allo scrittore e alla sua gentil Signora. Il Motivo: "tanto abbiamo i soldi per permetterti di pagare i danni". 

Il Club ci viene dipinto da Lone Schergig come una sorta di preparazione alla vita che affronteranno una volta fuori da Oxford i 10 rampolli protagonisti. Ed è brava la Scherfig a contrapporre questi dieci rampolli alle persone "normali", identificate per l'occasione dall'oste e da Lauren (Holliday Grainger), che incrocerà, anche se per poco, il proprio cuore con Miles (Max Irons), forse il più "normale" tra i dieci viziatelli. 

Un film duro che cela quella rassegnazione che proviamo noi comuni mortali quando abbiamo a che fare con chi vive nel lusso non curandosi della società che gli sta intorno. Sono loro, i Posh, l'eccezione, ma vivono pensando di essere la regola. Il finale, poi, è l'esaltazione del senso di rassegnazione sopra accennato. Così va la vita. C'è chi, nonostante tutto, conserverà sempre, qualunque cosa combini, un posto in prima fila.


Nelle sale dal 25 settembre.

sabato 13 settembre 2014

“The Giver: il mondo di Jonas”, ovvero teniamoci ciò che già abbiamo.

di Carlo Anderlini

“I have a dream”, pensava Jeff Bridges venti anni fa, dopo aver letto il libro The Giver  (1993) della statunitense Lois Lowry, in cui si racconta la ribellione esistenziale di un adolescente residente in una Comunità totalitaria fortemente gerarchica, guidata da una leader carismatica, che con pugno reazionario non tollera dissidenti né pensiero indipendente e che si afferma tramite un progressivo e costante plagio mentale dei cittadini.  Ed ora Jeff, l’indimenticato Drugo de Il grande Lebowski, ha realizzato il sogno di produrre e interpretare sul grande schermo il primo volume (11 mln di copie vendute, traduzione in 30 lingue, vincitore della prestigiosa Newbery Medal) di quella quadrilogia per ragazzi distopica e post-apocalittica che comprende, poi, La Rivincita, Il Messaggero, Il Figlio.
Dopo la Rovina dell’umanità avvenuta decenni prima, gli umani vivono ora in una comunità che, al fine di evitare ulteriori future catastrofi, ha scientificamente eliminato  i ricordi, i sentimenti, le emozioni, il dolore, il sesso, le stagioni, i colori, il linguaggio articolato, le differenze sociali, le libertà individuali, la possibilità di scelta. Lo Stato ordina senza spiegare, il cittadino esegue senza porsi domande. Tutto è tranquillo, asettico, volutamente monotono, apparentemente perfetto.

In questo fredda Pleasantville (aggancio inevitabile) Jonas e gli altri dodicenni affrontano  la Cerimonia dei 12 anni nella quale il Comitato degli anziani assegna a ciascuno di essi il tipo di lavoro che dovrà svolgere per tutta la vita. Unicamente ad un solo di loro, poi, cioè a quello che si è distinto per la capacità di "vedere oltre", il Comitato assegna talvolta la successione nell’ incarico di Custode delle Memorie dell’Umanità.
E stavolta il prestigioso incarico tocca a Jonas (l’acerbo Brenton Thwaites), al quale viene assegnato il compito di recarsi periodicamente nella tetra dimora del vecchio Custode (un cupo ed esausto Jeff Bridges, ora nel nuovo ruolo di Donatore) per apprendere progressivamente (ma custodire poi come un assoluto segreto) come l’umanità viveva nel mondo oramai scomparso. Quel vecchio, consigliere della Comunità, è l’unico a detenere nella sua mente la loro storia proibita, dono e maledizione al tempo stesso, e questo lo rende rispettato e temuto.

Il regista australiano Philip Noyce (Ore 10 calma piatta, Il collezionista di ossa) conduce per mano i due a rapportarsi, a confidarsi, a scontrarsi e a compattarsi; ora è Jonas, come novello giovane Holden, a prendere progressivamente conoscenza e coscienza. Che significa essere vivi? Le passioni sono solo malattie? Il fine giustifica i mezzi? Come agiscono le famiglie formate in laboratorio? Qual è la sorte che la Comunità assegna agli anziani? Meglio sapere ed essere felici/infelici o non sapere ed essere neutrali? E’ giusto essere tutti assolutamente uguali? Cercare ciascuno il proprio orizzonte o fermarsi ai confini da altri stabiliti? A Jonas, per la prima volta, il Donatore (come un Citizen Kane pregno di crudo dolore) consente di fare simili domande.
Le risposte che riceve gli consentono di iniziare a ricordare: alberi su colline ricoperte di neve, capelli al vento, lontane risate; vede per la prima volta pareti piene di oggetti chiamati libri, ma vede anche guerra e tanto dolore.  E’ solo il primo assaggio dell’ infatuazione che Jonas proverà per quel qualcosa che è stato perso, quel qualcosa che sta oltre quel confine che Jonas vorrà ad ogni costo attraversare per aprire gli occhi e vederne i colori. Farà a poco a poco scoperte meravigliose ed angosciose e coinvolgerà nelle sue avventure i suoi amici Fiona (Odeya Rush) e Asher (Cameron Monaghan). Il sistema (impersonificato da una agghiacciante Meryl Streep) lo contrasterà e cercherà di “perderlo”.

La trasposizione cinematografica è tecnicamente abile ed equilibrata nell’affrontare il percorso di maturazione del protagonista, il suo passaggio dal non posso al potrei al voglio: voler sapere cosa è il bene e cosa è il male e non accontentarsi della ingegnerizzazione delle emozioni che conferiscono solo insulsa tranquillità. Sfiora anche temi delicati come quello dell’ eutanasia, prendendo posizione e inquadrandola in una ridefinizione omicida. Le lanterne di carta che si alzano verso il cielo e le accattivanti note di “Silent night” trainano furbescamente ad una rimeditazione sulla necessità della fede, già soffocata dalla Comunità. Abile, il regista, anche nel traghettare l’amicizia di Jonas per Fiona dalla delicatezza, all’inquietudine, al sentimento amoroso. The Giver constata, senza dare risposte, che quando le persone hanno la libertà di scegliere, scelgono male, ma anche che la grande Utopia (vivere in un posto bello, senza odio e instabilità) non può esistere e che il tentativo di realizzarla può dar luogo solo a una aberrazione orwelliana.

Film ambizioso dunque, che investe problematiche comportamentali, sessuali, religiose, politiche. Eccessive, a nostro parere. Qualche scorciatoia frettolosa e qualche furbata da establishment. Meno intenso e potente del libro, anche se travisato da spettacolari effetti speciali. La casa-caverna sulla scogliera in cui vive il Donatore, l’ologramma onnipresente del Supremo Capo, l’atmosfera inquietante della grande riunione allo stadio, il bacio tra Jonas e Fiona, sono da post-it ma non da antologia. La monotonia del contesto distopico contagia talvolta lo spettatore. L’uso del desaturato e il progressivo riaffiorare del colore sono soluzioni già viste in altri film, anche se qui si indossano alla vicenda con discreta eleganza. Jonas vince ma non convince. Gli effetti speciali nell’ inseguimento finale fanno deragliare la compattezza della storia, così come vi è caduta di stile quando si infiltrano flash-back delle vicende di Tien-an-men, della primavera araba e di Nelson Mandela. Anche l’uso della voce fuori campo non sempre si rivela necessaria. Ad eccezione dei Premi Oscar Meryl e Jeff, alcuni attori stentano poi a dare corpo ai loro personaggi. Girato interamente negli studi di Cape Town e nelle location sudafricane, The Giver è un film che si può vedere, dunque, alla fine dell’estate, in attesa dell’ arrivo della cavalleria cinematografica autunnale.

venerdì 22 agosto 2014

"Quel momento imbarazzante": un patto da non rispettare.

di Luca Cardarelli

Eccola qui, la Rom-Com dell'estate 2014 che, proprio come questo film, ha fatto molta fatica a scaldare il cuore del pubblico. Si tratta di Quel momento imbarazzante, il film diretto dall'esordiente Tom Gormican con protagonista il trio capeggiato dal belloccio Jason alias Zac Efron (17 again e Parkland) cui fanno da spalla Daniel, cioè Miles Teller (Project X - Una festa che spacca e Un Compleanno da Leoni) e Mickey, interpretato da Michael B. Jordan (The Chronicle e Prossima fermata: Fruitvale Station). I tre saranno protagonisti di un patto che vieta loro di intrattenere relazioni amorose (escluse storie di sesso, in stile "trombamici") instaurato per solidarizzare con Mickey, in procinto di separarsi dalla moglie. E vedremo che sarà molto dura tenere fede a questo patto. La causa? Semplice: tre donne. Abbiamo la bella Imogen Poots (V per Vendetta e Need for Speed) nei panni di Ellie, la quasi esordiente Mackenzie Davis (vista in Tv nella serie The "L" Word) ovvero Chelsea, e Jessica Lucas (Cloverfield e Pompei) che impersona la moglie di Mickey, Vera.

Dopo aver visto il trailer passato nelle sale, ci si aspettava più qualcosa alla American Pie, e invece il film si rivela la classica commedia romantica con la Grande Mela sullo sfondo e una storia già ampiamente vista e rivista fatta di tira e molla continui tra amici e tra fidanzatini o presunti tali, con inevitabile Happy Ending. Ma qualcosa da salvare c'è. Innanzitutto Zac Efron: oltre ad essere idolo delle teenager di tutto il mondo, il non più imberbe giovanotto si sta rivelando anche un bravo attore, dotato di una buona espressività nonché di una apprezzabile vena comica (nella scena della festa, che anche il trailer presenta, strappa più di una risata). Ma lo sappiamo anche capace di interpretare ruoli drammatici, come nel già citato Parkland in cui impersona in maniera convincente il medico che tenta invano di salvare la vita al Presidente Kennedy dopo il tragico attentato di Dallas del 1963. 

Proseguendo nella ricerca dei lati positivi di questa pellicola, possiamo affermare che il ritmo è sostenuto per tutta la durata del film, senza cali di tensione o momenti noiosi: si alternano gag comiche a discussioni su sesso, amore, rapporti interpersonali, quasi sempre conditi da quel filo di ironia che non guasta mai. E poi New York sullo sfondo dona sempre quel qualcosa in più che non guasta mai.

Per il resto possiamo affermare che Quel momento imbarazzante, seppur girato bene, può tranquillamente entrare a far parte di quella categoria di film da guardare di pomeriggio in una domenica piovosa accoccolati sul divano in tuta di flanella con un plaid morbidoso sulle gambe e una tazza di cioccolata calda in mano. Strappa comunque una sufficienza di stima.

Dal 28 agosto al cinema.

domenica 6 luglio 2014

"Mai così vicini" (e mai così crudeli).‏

di Luca Cardarelli

L'estate, si sa, non è stagione per uscite cinematografiche di spessore, salvo rarissime eccezioni. I pochi film che vengono proposti, spesso lasciano il tempo che trovano. Ci eravamo illusi che Mai così vicini (And so it goes il titolo originale) del buon vecchio Rob Reiner (regista di perle assolute come Stand by me- Ricordo di un'estate e Harry ti presento Sally, solo per citarne alcuni) potesse interrompere questo incantesimo che rende oltremodo lunghe e cariche di attesa per l'autunno le estati cinematografiche. Invece, come vedremo, anche questo film non si discosta di molto dal trend negativo del cinema sotto il solleone.

Oren Little (Michael Douglas) è un agente immobiliare col pelo sullo stomaco, cinico e insensibile in procinto di andare in pensione previa vendita della casa in cui ha vissuto con la moglie e il figlio Luke (Scott Shepherd), la prima ora defunta e l'altro sparito chissà dove e alle prese con problemi di droga. Oren vive in un complesso di villette a schiera che egli stesso amministra e ha come vicina Leah (Diane Keaton), con cui non ha un bel rapporto. La vita dei due cambia quando il figlio di Oren spunta fuori dal nulla con una ragazzina di dieci anni, Sarah (Sterling Jerins), avuta da un rapporto fugace con un'altra sbandata di cui il nonno non era affatto al corrente. Il motivo della visita? Luke vuole affidare la figlia al nonno prima di iniziare un periodo di 10 mesi di detenzione per un crimine (non) commesso.
Dopo un'accoglienza che definire fredda sarebbe oltremodo riduttivo, la piccola riesce a far breccia nel cuore del nonno facendo sì che questi si avvicini a Leah, vedova con la passione per il canto che da una parte non si dà pace per la morte del marito, ma dall’altra vorrebbe riuscire a staccarsi dal passato per iniziare un capitolo nuovo della propria vita.

Le premesse per un buon film vi erano tutte, la più grande era, ovviamente quella data dal cast tecnico e artistico, con due stelle luminosissime come Diane Keaton e Michael Douglas, entrambi premi Oscar, diretti da un regista che non ha bisogno di presentazioni. Ma la storia che ci viene raccontata scade molto facilmente nella banalità e nella prevedibilità, nonchè nel déjà vu. Un uomo, una donna, una bambina, l'amoreodio/odioamore, e vissero tutti felici e contenti. Nessun colpo di scena, dialoghi privi di verve che per far ridere (in una commedia di solito un po' si deve ridere, o per lo meno sorridere!) hanno bisogno di facili allusioni sessuali. E così via, per tutto il film.

Un film, Mai così vicini, che rischia di creare un mare di polemiche con una scena di pochissimi secondi in cui Oren, deciso a liberarsi della nipotina, una volta rintracciata la madre di questa, le porta la piccola. Ma, una volta appurate le condizioni allucinanti in cui versano sia la madre che il quartiere in cui la donna vive, gliela ristrappa dalle braccia e decide di tenersi la nipotina, e tanti saluti. Chi scrive, come probabilmente chi gli era accanto durante la proiezione, dopo la visione di tale crudeltà visiva, ha provato il desiderio di alzarsi e lasciare la sala. E quello che fa ancora più male è l’indifferenza della bambina nonostante la consapevolezza che quella persona che l’ha abbracciata, anche se consumata visibilmente dagli effetti dell'eroina, sia sua mamma: non si pone nessuna domanda né rimane assolutamente colpita dalla situazione, un bel sorriso e la vita continua spensierata come se nulla fosse successo.
Una scena la cui crudeltà è inversamente proporzionale alla sua durata. Una scena che non può che avere un unico effetto su tutto il film, ovvero renderlo inguardabile e immettere nello spettatore l'irrefrenabile desiderio di dimenticarsi di averlo visto.

Nelle sale dal 10 luglio.